Pensiero su Nicola - Isabella Bianchi

"C'è una persona che fa parte della mia vita da circa 20 anni. E' una persona molto impegnativa, perchè dotata di un'intelligenza fuori dal comune, un uomo che se decide di prendere un impegno riesce a portarlo a termine, non solo con ottimi risultati ma anche con la lode. La stima che ho nei suoi confronti fa di lui un modello di uomo, padre, compagno e soprattutto un "amico fraterno". Posso ritenermi una donna fortunata perchè questa persona è una persona sensibile, unica che ha preso a cuore un problema - pur non avendo parenti in Argentina - e ha fatto sì che il "grido di dolore" giungesse fin qui nelle orecchie di chi non ha mai voluto ne sentire, ne vedere. Nicola ha dato voce a persone che ancora stanno cercando i lori figli, nipoti, e parenti chiamati "desaparecidos" , ai quali è stata cancellata per sempre l'identità. Nicola è stato accanto ad alcune di queste persone, le ha ascoltate, le ha comprese, le ha abbracciate e ha preso l'impegno più grande che un uomo possa prendere: trasformare il  loro dolore in azione e lottare per mantenere viva la memoria del popolo argentino. Lo ha fatto attraverso i suoi romanzi (novelas por la identidad), facendo sentire le grida di protesta contro una dittatura quasi irreale per quanto crudele e infame. Ma il dono più grande lo ha fatto a me, ogni giorno arricchendomi con la sua presenza nella mia vita.Ti voglio bene". (Isabella Bianchi, Roma 5 aprile 2014)

Riflessione sulla "banalità del male"

Foglie-morte-museo-shoah-BerlinoRiflessione dello scrittore e sociologo italiano Nicola Viceconti, sulla “Banalità del male” di Hannah Arendt. (pubblicata nell'articolo "Il problema della banalità del male" di Maddalena Celano - 01/02/2014 - IlSudEst. 

"Se negli anni sessanta e per qualche decennio successivo, l’approccio filosofico della studiosa ebreo-tedesca Hannah Arendt su Adolf Eichmann e, in generale, su tutti i nazisti venne fortemente contestato, soprattutto da esponenti della comunità ebraica, oggi possiamo sostenere che la sua intuizione era esatta. La teoria della “banalità del male”, come la definì la stessa autrice, non banalizza il male, né tantomeno sottende ad alcun giustificazionismo nei confronti dei responsabili dell’olocausto. Tale approccio, attento ai meccanismi di azzeramento della facoltà di pensiero e di giudizio nelle persone, rappresenta un prezioso strumento che trova applicazione in qualsiasi sistema totalitario, al fine di dare una risposta alla solita domanda: perché è successo? E’ lo stesso interrogativo che si è posto Giancarlo Maniga, uno degli avvocati che ha assistito i familiari dei desaparecidos nei processi dello Stato italiano contro i militari argentini: Perché tanta crudeltà spinta oltre ogni limite immaginabile?

E’ difficile -ricorda l’avvocato nel libro “Vite senza corpi”- immaginare altri esempi di pianificata consuetudine al crimine. I torturatori erano subordinati in una routine di azioni diversificate ma ripetitive, reiterate per mesi e anni. Quale stimolo li spingeva a compiere simili brutalità? L’ideologia? Il potere politico? Quello economico? Il sadismo? La constatazione che angoscia di più è che tutti questi uomini operavano per banale e quotidiana routine. Un male che si reiterava per ottusa e acritica assuefazione. Lo stesso enigma che aveva scoperto Hannah Arendt osservando Eichmann al suo processo. In entrambi i casi, la sciatta mediocrità di questi uomini non coincide con la profonda malvagità delle loro azioni. Non ideologia, odio, impeto o passione, dunque, solo una routine di nefandezze, giustificata da ordini superiori ottusi, ritrasmessi e accolti acriticamente. Il paradosso di tali azioni mostruose sta nella considerazione che chi le commetteva era una persona apparentemente normale.

Un antidoto a questo male fine a se stesso è possibile se resta viva nell’individuo la capacità critica di pensare. La morale sociale imposta nei regimi totalitari non troverebbe alcuno spazio lasciando all’uomo la facoltà di esprimere un giudizio sui fatti che lo circondano”. 

"La gente che mi piace" - Mario Benedetti

La gente che mi piace

Mi piace la gente che vibra,
che non devi continuamente sollecitare
e alla quale non c’è bisogno di dire cosa fare
perché sa quello che bisogna fare
e lo fa in meno tempo di quanto sperato.
 
Mi piace la gente che sa misurare
le conseguenze delle proprie azioni,
la gente che non lascia le soluzioni al caso.
 
Mi piace la gente giusta e rigorosa,
sia con gli altri che con se stessa,
purché non perda di vista che siamo umani
e che possiamo sbagliare.
 
Mi piace la gente che pensa
che il lavoro in equipe, fra amici,
è più produttivo dei caotici sforzi individuali.
 
Mi piace la gente che conosce
l’importanza dell’allegria.
 
Mi piace la gente sincera e franca,
capace di opporsi con argomenti sereni e ragionevoli
 
Mi piace la gente di buon senso,
quella che non manda giù tutto,
quella che non si vergogna di riconoscere
che non sa qualcosa o si è sbagliata
 
Mi piace la gente che, nell’accettare i suoi errori,
si sforza genuinamente di non ripeterli.
 
Mi piace la gente capace di criticarmi
costruttivamente e a viso aperto:
questi li chiamo “i miei amici”.
 
Mi piace la gente fedele e caparbia,
che non si scoraggia quando si tratta
di perseguire traguardi e idee.
 
Mi piace la gente che lavora per dei risultati.
Con gente come questa mi impegno a qualsiasi impresa,
giacché per il solo fatto di averla al mio fianco
mi considero ben ricompensato.

 

"Muchas gracias" -Francisco Urondo

Francisco Urondo

Sirve y me inclino
ante tu palabra, luz de mi pensamiento.
Abrirán las puertas, dejarán entender:
los artistas, los intelectuales,
siempre han sacudido el polvo de la realidad;
descubrieron caminos, emancipaciones que no siempre lograron recorrer:
era prematuro en algunos casos, en otros fue distinto – convengamos–,
otras palabras son, bajar la corredera de la mira,
buscar con el guión y dar justamente sobre algo que puede moverse;
un bulto, un meneo a menos de cien metros de tu corazón vulnerable, también enemigo.
La suerte ha dejado aquí de andar fallando:
se encendió la luz y pudo verse el caos, las flagrancias:
esa mano allí, esta codicia;
el miedo y otras mezquindades se pusieron en evidencia
y el amor no aparecía por ninguna parte.
Recompuestos de la sorpresa, rendidos ante los hechos,
nadie pudo negar que en este país, en este continente,
nos estamos todos muriendo de vergüenza.
Aquí estoy perdiendo amigos,
buscando viejos compañeros de armas,
ganándome tardíamente la vida,
queriendo respirar trozos de esperanzas,
bocanadas de aliento;
salir volando para no hacer agua,
para ver toda la tierra y caer en sus brazos.

L'dentità

identidadL’identità è tutto ciò che caratterizza ognuno di noi come “individuo unico e inconfondibile”. Una particolare connotazione che ci identifica, verso gli altri e verso noi stessi, attraverso esperienze che s’intersecano nel percorso della vita. Il caso dei desaparecidos è l’esempio più drammatico di distruzione dell’identità di un popolo. L’improvvisa sparizione di migliaia di giovani, la loro segregazione nei Centri Clandestini di Detenzione, l’uso sistematico della tortura, i voli della morte, sono solo alcune delle azioni crudeli messe in atto del regime militare per eliminare ogni forma di opposizione. Si è trattato di una guerra contro i propri figli che, non potendo essere eliminati con la morte, sono stati fatti sparire nel nulla.

La storia di vita di ogni desaparecido contiene una perdita d’identità che inizia con l’ingresso nel Centro di detenzione e l’immediata assegnazione di un numero in sostituzione del nome e cognome. Un macabro rituale prima di entrare nel girone dei morti viventi e lasciare alle spalle il mondo dei vivi, il proprio passato e la propria identità. Il recupero dell’identità, come bene individuale e collettivo, è possibile solo se ricostruiamo 30.000 storie di vita. Spetta a noi il compito di raccontarle per mantenere viva la memoria.


“Recuperare l’identità dei desaparecidos in quanto soggetti sociali con le loro storie e pratiche e non solo come vittime di delitti di lesa umanità, costituisce un esercizio di memoria che non si limita al ricordo del passato ma fornisce la possibilità che questo passato dia un nuovo significato al presente”. (Abuelas de Plaza de Mayo)