Pérez Esquivel sui fronti aperti dell’America Latina

perez esquivelIntervista a Adolfo Pérez Esquivel, Premio Nobel per la Pace nel 1980, (Il Manifesto 5 giugno 2016)
Partiamo da una domanda un po’ teorica, secondo lei qual è il rapporto tra democrazia e diritti umani? In principio sono valori indivisibili, se si violano i diritti umani la democrazia si indebolisce fino a non essere più democratica. I diritti umani sono integrali, hanno a che fare con la vita delle persone e dei popoli. Molte democrazie sono considerate tali solo per il fatto di andare al voto, ma sono solo governi autoritari.
Come far doventare più democratica la democrazia in America Latina? La democrazia non si regala, si costruisce. È il camminare dei popoli per far valere i loro diritti, i loro valori, la loro identità come popolo. In America Latina stiamo cercando di rafforzare le istituzioni democratiche, di consolidare la separazione tra i poteri, per esempio una magistratura indipendente dalla politica. Perché democrazia significa uguaglianza per tutti e tutte, non soltanto per alcuni. Certo, non ci sono democrazie perfette, ogni democrazia può essere migliorata.
Secondo la sua esperienza in Argentina e nel mondo, il modello neoliberista rispetta i diritti umani? No, non li rispetta. Innanzitutto perché i governi neoliberisti cercano di privilegiare il capitale finanziario al di sopra della vita dei popoli. Esclude due terzi della popolazione del mondo, non si regge sul diritto e l’uguaglianza per tutti, si regge sul potere economico, politico, repressivo. Anche se arrivano al potere attraverso il voto. Per sostenere le politiche neoliberiste hanno bisogno d’imporsi con la forza…
A proposito… Come valuta i primi sei mesi di governo di Mauricio Macri? In Argentina, l’Osservatorio sociale dell’Università Cattolica registra nei primi 4 mesi di governo un chiaro aumento della povertà, ci sono 1.400.000 più poveri. Cosa ha fatto Macri: ha levato le tasse alle grandi industrie multinazionali che provocano gravi danni all’ambiente, ha tolto le trattenute ai grandi latifondisti della soia e non agli agricoltori. Ha portato avanti una politica di austerità, abbassando la spesa in educazione e salute. Ha portato avanti una politica di licenziamenti, al giorno d’oggi sono 150 mila le persone che hanno perso il lavoro. Allora, di quale democrazia stiamo parlando?
Come si colloca il nuovo governo argentino in America Latina? Al governo di Macri non interessa l’America Latina. Si vuole avvicinare al trattato del Pacifico, l’alleanza con gli Stati uniti e con l’Unione europea, in un momento in cui, salvo la Francia che ha rifiutato il Ttip, con il trattato di libero commercio tra gli Stati uniti e la Ue si rischia di essere fagocitati dai grandi gruppi monopolistici che limiteranno i diritti dei popoli e la sovranità delle nazioni.
Perché Barack Obama ha deciso di visitare l’Argentina il 24 marzo, il giorno del 40° anniversario del colpo di Stato? Non è un fatto casuale. Obama è il capo di Stato di una potenza interessata a promuovere le politiche neoliberiste e le alleanze strategiche. Obama da una parte si avvicina a Cuba, anche se non può togliere l’embargo perché non ha la maggioranza nel Congresso, poi, il giorno dopo vola in Argentina. Macri voleva usare Obama per contrastare le grandi manifestazioni previste per l’anniversario del colpo di Stato. Proprio per questo io gli scrivo e gli consiglio pubblicamente di non visitare l’ex Esma (il più grande campo di concentramento della dittatura, ora Museo della memoria) e lui non lo fa. Alcuni media dicono che ha seguito il mio consiglio.
In questa cornice di riallineamento geopolitico del governo argentino, cosa pensa della detenzione di Milagro Sala? Milagro Sala è una prigioniera politica. Io sono stato con lei, sono stato nella prigione, a Jujuy (nord ovest dell’Argentina, ndr) insieme a due dirigenti sindacali. Abbiamo parlato anche con il governatore di Jujuy Gerardo Morales. In breve, Morales ha voluto togliere di mezzo Milagro Sala, prima hanno detto che le sue proteste erano violente e io so che non erano violente, poi è stata accusata di un insieme di reati, il risultato è che ormai sono più di 100 giorni di carcere senza un reale motivo. Milagro Sala ha un’enorme forza sociale, ha una grande autorevolezza e il nuovo governo ha paura di lei, hanno paura della protesta popolare. Ci sono molte persone con processi aperti ma nessuno è in prigione.
Lei ha generato grande clamore nel parlamento brasiliano quando ha detto che Dilma Rousseff era vittima di un «golpe blando»…
Ho parlato meno di un minuto e ho creato uno scandalo. Ho detto che Dilma era vittima di un colpo di Stato blando, istituzionale. Ci sono state altre esperienze analoghe in America Latina: in Honduras quando hanno “dimesso” il presidente Manuel Zelaya, nel 2009. Il meccanismo è usare i media per diffamare i mandatari, di screditarli di fronte al popolo e poi attraverso la complicità di alcuni magistrati, deputati e senatori mandarli a casa. L’altro caso è quello del Paraguay, nel 2012, dove per Fernando Lugo è stato messo in scena un improbabile attacco di una forza rivoluzionaria, in realtà mai esistita. Ora è il turno del Brasile: non avendo Dilma la maggioranza parlamentare, Eduardo Cunha, presidente della Camera, ha promosso l’impeachment, ma poi è stato allontanato dalla magistratura perché coinvolto nello scandalo della corruzione. Molti degli accusatori di Dilma sono a sua volta accusati di corruzione. Ma come è possibile che senatori e deputati corrotti giudichino la presidente che non è corrotta, che non è accusata di corruzione…
Come giudica la situazione in Venezuela? In Venezuela stanno cercando di applicare lo stesso modello, utilizzare il parlamento per togliere di mezzo Nicolas Maduro: anche qui parlerei di un colpo di Stato blando. Ma nel caso del Venezuela i tentativi sono stati tanti, Chávez è stato vittima di un colpo di Stato nel 2002 organizzato dagli Stati uniti ed è stato il popolo a reinsediarlo. Gli Stati uniti non ammettono che si esca dalla loro orbita di potere, per questo mantiene tutte le basi militari dispiegate nella regione.
Ora non sono più i militari ma i grandi gruppi di potere a promuovere i colpi di Stato? In Brasile non si tiene conto dei 54 milioni di voti che hanno eletto Dilma, sono stati azzerati, per questo è un colpo di Stato. Scorre molto denaro, si acquistano i voti. Questa è una politica che si sta imponendo su scala globale per un motivo molto semplice: oggi lo Stato non ha più il potere, sono le grandi corporazioni a dirigere gli stati. Si collocano al di sopra del diritto, al di sopra delle istituzioni democratiche.
Come costruire la pace in questo mondo globalizzato in conflitto? La pace non è l’assenza di conflitto, è una dinamica permanente di trasformazione sociale, politica, culturale, spirituale. Le grandi potenze sono cospirative, sono permanentemente in cospirazione. Credo che i popoli dell’America Latina reagiranno a tutto questo. Se non ci saranno alternative alla povertà, alla marginalità e alla disoccupazione i popoli reagiranno. Il futuro dipenderà dalla loro capacità di risposta

Argentina, il generale accusato di torture e crimini contro l'umanità sarà processato in Italia

Carlos Luis MalattoArticolo di ANNA MARIA DE LUCA pubblicato su Repubblica.it  in data 5 novembre 2015

Salvato dalla Cassazione, il gerarca argentino, Carlos Luis Malatto, accusato di omicidio plurimo aggravato, sequestro di persona a scopo di estorsione e violenza sessuale, finirà in tribunale grazie al sì del ministro Orlando

ROMA - E' arrivata l'autorizzazione a processare in Italia l'ex militare Carlos Luis Malatto, accusato di crimini contro l'umanità, che dal 2011 vive in piena libertà in Liguria. L'Argentina ne ha chiesto l'estradizione dal 2012, ma il nostro Paese non l'ha mai concessa. Ora il ministro Andrea Orlando, in base all'articolo 8 del nostro codice penale, ha firmato l'autorizzazione a processarlo in Italia. L'Italia non può essere il Paese dove si rifugiano i torturatori latinoamericani: questo chiedeva da tempo Jorge Ithurburu, fondatore di 24marzo (l'associazione che si occupa di ridare giustizia alle vittime delle dittature latinoamericane), che denunciò Malatto cercando in giro per il mondo i parenti delle vittime, con l'obiettivo di portarle a Roma a testimoniare.

Perché Malatto è in Italia. L'ex militare fuggì prima in Cile e poi, in virtù del doppio passaporto, in Liguria (il nonno era di Sestri Levante), accolto in una parrocchia. Proprio in qualità di cittadino italiano finirà in giudizio per i reati commessi in Argentina tra il 1975 e il 1977 quando era tenente nel Reggimento di Fanteria di Montagna dell'esercito argentino. Come ha fatto Malatto a vivere libero e tranquillo in Italia fino ad ora, nonostante tre distinti ordini di cattura emessi in Argentina e la domanda di estradizione presentata nell'agosto del 2012, sulla base di atti che risalgono al 15 agosto 2011 dal tribunale federale della Provincia di San Juan? La risposta sta nelle pieghe della giustizia italiana, percorso che Malatto ha affrontato avendo come difensore l'avvocato del capo della P2, Licio Gelli.  Nell'aprile 2013 la Corte d'Appello de L'Aquila qualificò come crimini contro l'umanità, pertanto imprescrittibili, i reati a lui ascritti e confermò la  sussistenza delle condizioni per l'estradizione. Poi, il colpo di scena: la Cassazione il 17 luglio 2014 ribaltò le carte dichiarando non sussistenti le condizioni per l'accoglimento della domanda di estradizione avanzata dalla Repubblica argentina. Di conseguenza, l'Argentina non ha potuto condannare Malatto. Ora finalmente la svolta: il documento firmato dal ministro Orlando va in senso inverso alla decisione della Cassazione e "richiede che si proceda nello Stato nei confronti di Carlos Luis Malatto per i fatti commessi in Argentina dal 75 al 77".

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José Julián Solanille

José Julián Solanille, testimonio clave en el juicio de la megacausa La Perla, entrevistado en el programa Zona Política del lunes 20 de mayo de 2013, que se emite por Canal 10 y cba24n.

Desaparecido "El Tano"

Fonte - Unione Sarda 11 ottobre 2014.  Tra gli operai uccisi durante la dittatura militare in Argentina c'erano anche due emigrati sardi.

Mario Bonarino Marras e Martino Mastinu, emigrati di Tresnuraghes, sono nell'elenco dei 33 operai e sindacalisti che furono uccisi nei cantieri navali Astarsa e Mestrina del porto di Tigre, a Buenos Aires. I fatti risalgono al tragico periodo della dittatura militare tra il 1976 e il 1982. Ieri nel processo di primo grado gli imputati per le uccisioni e le torture sono stati assolti. A denunciare le ingiustizie c'è Santina Mastinu, sorella di Martino e vedova di Mario Bonarino Marras.

 

 

 

DR. DRER & CRC POSSE - "EL TANO"

Realizzato da Tomaso Mannoni e Alberto Badas

 

Testo:

Martino Mastinu detto "El Tano"
è figlio di emigrati sardi in Argentina
nel '49 nasce a Tresnuraghes
20 anni dopo operaio navale a Buenos Aires
lavoro duro, la paga è bassa
ricattano i padroni, scarsa la sicurezza
scioperi e blocchi della produzione
El Tano è sempre in testa all'agitazione

Son Maria e son la mamma di Martino
parlo sardo, italiano e castigliano
ho passato l'oceano negli anni '50
per pane e lavoro ma ero contenta
vivevo con gli amici di paese
e gente da mezzo mondo nel nostro quartiere
Martino esce al mattino e quando torna la sera
porta gli avanzi della mensa ai bambini di strada

chi non conosce El Tano nei cantieri navali
non ha mai partecipato alle lotte sindacali
fianco a fianco in un posto dove
costava tre vite umane costruire una nave
vincendo la battaglia per la riduzione
della giornata di lavoro di dodici ore
nel '76: golpe militare
tre generali al governo del paese

Cala la notte per mille studenti
operai, insegnanti, giovani dissidenti
migliaia e migliaia che vanno a sparire
chi chiede, chi parla fa la stessa fine
chi era impegnato a scuola o al lavoro
finisce dentro un buco nero
silenzio, paura, angoscia e terrore
per paralizzare la popolazione
Hanno preso Martino alle undici di notte
quattro militari con calci pugni e botte
un cappuccio in testa e la destinazione:
un centro clandestino di detenzione
l'ho cercato ovunque non risultava niente
caserme e questure negavano sempre
ma son tornati a casa a spaventarmi e
si son seduti e han preteso il caffè

Han preteso il caffè e uno aveva il vestito
che indossava El Tano quando l'hanno rapito
e quando l'han rapito l'han portato in una stanza
la corrente elettrica non era abbastanza
scariche di watt più scariche di pugni
più urlava basta e più andavano avanti
più aveva voglia di raggiungere
gli altri 30.000 in fondo al mare

Il mio nome è Scilingo e ho fatto il mio mestiere
militare di una giunta militare
ho rapito bambini appena nati
per darli in adozione alle famiglie dei graduati
per non lasciare tracce venti prigionieri
ogni mercoledì caricavamo sugli aerei
li lanciavamo ancora vivi dentro il mare
sono un militare ed ho fatto il mio dovere

Alle tre del pomeriggio armata di coraggio
con le altre madri sono in piazza del Maggio
urliamo "memoria, giustizia e verità!"
sotto il palazzo delle autorità
siamo mamme e nonne e camminiamo in tondo
facciamo questa strada per raccontare al mondo
quel che chiamavano "purificazione":
il genocidio di una generazione

Alle tre del pomeriggio (torrat)

Ernesto Sabato

Sabato AlfonsinQuesta fotografia ci offre l'immagine di uno dei momenti più significativi della storia recente argentina. Ernesto Sabato, fondatore e primo presidente della CONADEP, la Commissione che si occupò delle ricerche e delle denunce relative ai desaparecidos della dittatura civico-militare del 1976-1983, porge nelle mani del Presidente Alfonsín il corposo dossier Nunca Más (Mai più). Questa che segue è una parte del suo discorso: "Nella società terrorizzata si sapeva che tanti di loro erano stati sequestrati senza essere colpevoli di alcun reato. Perché la lotta contro i sovversivi, con una classe dirigente indemoniata, si era convertita in una repressione demenziale e generalizzata. L’attributo di sovversivo aveva una portata così vasta che nel suo delirio semantico tutto era possibile: erano sovversivi quelli che auspicavano a una rivoluzione sociale, gli adolescenti sensibili che andavano nella villa miseria (borgate) per fare volontariato, dirigenti sindacali che lottavano per un semplice aumento di stipendio, ragazzi membri di un centro studentesco, giornalisti che non si allineavano alla politica della dittatura, psicologi, sociologi, giovani pacifisti, monache e sacerdoti che avevano portato la parola di Cristo miserabile tra i poveri, l’amico di qualcuno di questi e l’amico dei loro amici, persone che erano state denunciate per vendetta personale o solo perché il loro nome era stato fatto da qualcuno sotto tortura. Nella maggior parte dei casi si trattava di persone innocenti dall’accusa di terrorismo. E nemmeno erano appartenenti alle truppe dei guerriglieri perché questi morivano in battaglia o si suicidavano per non arrendersi. Pochi di loro arrivavano vivi nelle mani dei militari".