| Credo fosse simile al dolore ”sottile e definitivo” di cui parla Haraucourt in una poesia di cui tutti conoscono l’incipit. Un’anticipazione del “distacco estremo”. Un assaggio di ciò che si può soltanto supporre di poter provare spegnendosi e rinunciando al mondo, specie quando il mondo è tutto lì, nelle cose che si conoscono. Chi partiva era certo di non tornare più.
Tuttavia, le più significative ondate migratorie italiane, tra fine ottocento e prima metà del novecento, quasi sempre per la ricerca di un lavoro, sono in qualche modo collegate da alcune caratteristiche che hanno a che fare con la vitalità.
Ci si muoveva seguendo le notizie approssimative di chi era già andato. Le informazioni viaggiavano attraverso reti informali, queste ultime basate sull’amicizia, sui vincoli di parentela o sulla semplice origine comune. E’ noto come in tale sistema di richiami alcune regioni italiane abbiano mostrato una propensione, se non un’autentica vocazione, per una destinazione piuttosto che per un’altra. Così, mentre alcuni paesi di provincia si svuotavano, nel nuovo continente prendevano forma comunità speculari a quelle di origine. La solidarietà da una parte e la capacità di accogliere dall’altra, sono state tra i fattori determinanti per la genesi di certe preziose combinazioni che oggi chiamiamo ibridazioni culturali. Una sorta di rinascita dopo la morte, quindi.
Su questo e sugli altri complessi aspetti dell’emigrazione, esiste ormai una nutrita produzione letteraria.
Perché, allora, un romanzo che muove dalla Lucania degli anni venti, s’intreccia nelle operose avenidas di una Buenos Aires in costruzione, torna col cuore in gola da questa parte dell’oceano Atlantico e trova, infine, un inatteso epilogo nell’Argentina dei nostri giorni?
Scriveva Max Frisch, in un acuto articolo del 1965 sui preconcetti dei cittadini svizzeri nei confronti dei lavoratori italiani: cercavamo braccia, sono arrivati degli uomini.
Ecco, dietro la grande quantità di dati che oggi conosciamo e al di là degli autorevoli contributi analitici e storici, il fenomeno dell’emigrazione, come tutti gli altri, si sostanzia nelle persone e nei loro vissuti.
Una lettura postmoderna della storia, non più univoca, rende ogni ricostruzione “problematica”, segue coordinate plurime, divergenti, alternative e frammentarie. Non la storia data per sempre, bensì le storie, quelle individuali, come ricchezza delle possibilità di interpretazione, quelle delle quali non ce n’è mai a sufficienza.
Cumparsita, quindi, è uno di quei frammenti che contribuiscono a comporre almeno una parte dell’incerto mosaico della vicenda umana.
La prima cosa che colpisce è la sua struttura narrativa. Un racconto nel racconto. Un memoriale che progressivamente diventa diario, per annotare, in una corsa contro il tempo, tutti gli indizi che possono tornare utili per attribuire senso alla vita di chi lo redige. E pare quasi che a scrivere sia proprio lui, don Domenico. Sembra, cioè, che il personaggio creato dall’autore del romanzo sia vivo o sia realmente esistito.
Nicola Viceconti, alla sua seconda prova di narratore, sceglie di adottare un punto di vista rischioso per i vincoli diegetici che esso comporta. Tutt’altro che distaccato e al di sopra delle vicende create, si cala nei panni di un uomo anziano e malato per raccontare, con una voce che sa di sigaro e di buon vino, un mistero la cui soluzione sfugge al protagonista e lo oltrepassa.
Originario di Acerenza, Domenico ha seguito da piccolo la propria famiglia su un piroscafo, il Principessa Mafalda, che era più grande del suo paese. E’ sbarcato in una Buenos Aires che sembrava un immenso cantiere. L’intraprendenza sua e dei fratelli ha consentito alla famiglia Labriola di affermarsi, ma non è al successo che il vecchio dedica le pagine del proprio diario. La riflessione è rivolta piuttosto a quelle cose che nel corso della vita lo hanno riempito di meraviglia e che non sono più le stesse, né potrebbero esserlo.
Il tango nuevo lo fa arrabbiare. I turisti italiani, quelli che al Caffè Tortoni consumano in piedi, lui li guarda con distaccata ironia.
Persino le persone appaiono indecifrabili, dal momento che il viggianese Saverio, suo amico fraterno, ha fatto perdere le proprie tracce lasciandogli la responsabilità del giovane Raùl.
Nel quaderno rivivono le serate estive in cui Domenico e Saverio si introducevano nelle feste private senza alcun invito, forti della loro giovinezza.
C’è il tifo accorato per Nino Benvenuti, nella notte in cui cadde sotto i pugni di un Carlos Monzón affamato di pane e di riscatto sociale. E poi si percepisce, dall’osservazione discreta di alcuni episodi, il cambio drastico del clima, l’ingresso dell’Argentina in uno dei suoi momenti più bui, quello della dittatura militare.
Ai momenti di ottimismo si alternano la nostalgia e il senso di esilio rispetto alle cose. Timore, forse, di un’altra partenza.
Io l’ho danzata, la mia vita – grida il vecchio protagonista che ha cercato, per quanto possibile, di afferrare la propria esistenza e di essere lui a condurla, come si conviene ad un uomo consapevole.
Cumparsita è certamente un tentativo di risarcimento per tutti gli emigranti del sud d’Italia, ma è anche una dichiarazione di profondo legame con l’Argentina. Non è un caso che prima di questa edizione italiana il libro sia stato molto apprezzato nella sua traduzione spagnola.
Quella di Nicola Viceconti è una scrittura documentata e realistica, eppure tutto concorre a restituire un’Argentina favolosa e lussureggiante, oltre il dato reale, proprio come la giovinezza quando sfugge.
Alfredo Santucci |