Para no olvidar

MANUEL GONCALVES GRANADA 

Il dramma dei bambini, figli dei desaparecidos, strappati alle loro madri e usati come “bottino di guerra” nel periodo della dittatura argentina costituisce uno dei tanti orrori messo in atto dai militari della Junta Militar del generale Videla. Nonostante l’enorme sforzo delle Abuelas de Plaza de Mayo nell’attività di ricerca di questi bambini (oggi persone adulte) si stima che circa 400 di essi  si trovino ancora sotto falsa identità. Nel video, realizzato il 27 aprile 2011 in occasione della presentazione di “Dos veces sombra” nella facoltà di Sociologia dell’Università di Buenos Aires, Manuel Gonçalves Granada racconta la sua storia di nieto recuperato. 
“Nel 1995 avevo 19 anni e una vita “normale”. Sapevo di essere stato adottato e convivevo con quella realtà senza grandi problemi. Non conoscere le mie origini però, era qualcosa che aveva un peso molto importante per me, soprattutto perché pensavo che mi avessero abbandonato, che nessuno della mia famiglia biologica mi avesse amato e che proprio questo avesse determinato la mia adozione. Pensare di essere stato abbandonato mi toglieva il desiderio di sapere da dove provenivo. In quel periodo vivevo con Elena, mia madre adottiva, e mi chiamavo Claudio Novoa un pomeriggio arrivò a casa un antropologo forense per parlare con me. Quel signore, che guardavo con diffidenza, mi raccontò tutta una verità che neanche immaginavo. Mi disse che avevo una nonna che mi cercava da 19 anni, che avevo un fratello, che avevo una famiglia biologica che mi voleva bene e che mio padre e mia madre erano scomparsi. Fu un giorno molto strano per me, nel momento stesso che mi stavo rendendo conto che avevo una nonna che non aveva mai smesso di cercarmi, cominciavo a capire il dolore delle desapariciones e la certezza che non avrei mai conosciuto mia madre e mio padre. Quello fu l’inizio di una nuova vita, una vita che mi aveva sorpreso e che è molto difficile descrivere a parole. Dovetti imparare a convivere con la mia nuova identità, a comprendere che la mia storia personale era parte della storia più dura e dolorosa dell’Argentina, che era parte della lotta delle “Abuelas de Plaza de Mayo” e che quella vita che avevo condotto per 19 anni non aveva niente a che vedere con questo presente. Tutto iniziò a passare rapidamente e in pochi giorni conobbi mia nonna Matilde, che come il resto delle “Nonne” aveva lottato e aveva affrontato infinità di situazioni, fin dai tempi della dittatura, per potermi incontrare. La prima volta che la vidi guardavo fisso la porta dell’ascensore, aspettando che lei scendesse per aprirmi la porta. Ero andato a conoscerla nel suo appartamento e quando la porta finalmente si aprì, l’immagine di quella signora dai capelli bianchi e un camminare tipico da nonna, mi rimase impressa nella mente per sempre. Ci abbracciammo con grande emozione, mi invitò a entrare nel suo appartamento e mi dette da mangiare come fanno le nonne, molto! Mia nonna conservava molti ricordi di mio padre e mia madre e me li raccontò successivamente. Quei ricordi mi permisero di conoscerli un pò di più e di iniziare a capirmi dalle basi delle mie origini. In poco tempo avevo già capito che non avrei mai potuto restituire a mia nonna,  né alle Nonne, tutto quello che loro avevano fatto per me. Non c’era modo di restituirle tanto amore. Alcuni giorni dopo l’incontro con mia nonna suonò il telefono di casa e quando risposi, una voce sconosciuta mi disse: “sono Gastón, tuo fratello…”. Quella fu una delle grandi sorprese che questa nuova vita mi stava dando. Per 19 anni ero stato figlio unico, non sapevo quello che significava avere un fratello, ma sembrava che conoscere la mia verità rendesse tutto possibile. La prima volta che ci vedemmo con mio fratello rimanemmo a parlare per otto ore, avevamo bisogno di conoscerci, recuperare il tempo che ci avevano rubato e l’intesa fu immediata. Per prima cosa ci abbracciammo, ci guardammo, ci domandammo come stavamo, tornammo ad abbracciarci e qualche istante dopo ci facemmo la nostra grande domanda: ”Di che squadra sei?”. Tutti e due rispondemmo: “del Boca!”. In quella risposta piena di sorrisi iniziammo a trovare qualcosa in comune, eravamo del Boca, proprio come nostro padre. Mio fratello era già padre di tre figli e questo mi fece diventare zio immediatamente. Inoltre lui era bassista del gruppo musicale “Los Pericos”, molto famoso nell’America Latina e che avevo già visto in vari concerti, le sue canzoni mi avevano accompagnato da molti anni e avevo perfino i suoi Cd. La mia vita continuava a darmi emozioni che mai avrei immaginato, e per altro lato dentro di me iniziava una rivoluzione che ancora oggi si mantiene viva. Il recupero della mia vera identità è un processo che iniziò quel pomeriggio del 1995 e che mi accompagnerà per tutta la vita. Ogni giorno sento che recupero la mia identità sapendo chi sono e scegliendo cosa fare con la mia vita. Prima stavo dove gli assassini dei miei genitori avevano deciso che stessi, con un nome e una storia che non erano i miei. La dittatura ebbe un piano sistematico di rapimento di neonati che furono strappati alle madri nei centri clandestini di detenzione. Nei casi in cui, per differenti circostanze, i rapitori non potevano rimanere con i bambini, gli sostituivano l’identità consegnandoli ad altre famiglie, con la collaborazione di alcuni giudici, affinché non ritornassero mai più con le loro famiglie biologiche. La mia famiglia adottiva agì in buona fede e senza conoscere la mia origine, per questo continuo a mantenere la stessa relazione che avevo prima di sapere la verità e le sono grato per l’affetto e lo sforzo con cui mi ha cresciuto. Oggi mi sento appagato come persona perché ho potuto scegliere cosa fare con la mia storia e nel percorso che mi sono scelto ho deciso di aiutare “Las Abuelas de Plaza de Mayo” in tutto quello che posso.Nell’ottobre 2004  mi presentai davanti alla giustizia affinché indagasse su quello era accaduto a mio padre e mia madre e affinché si portassero a giudizio i responsabili  della loro scomparsa e del loro assassinio. Da quel momento mi misi in contatto con i compagni di militanza dei miei genitori, anche con quelli che erano stati sequestrati insieme a mio padre. Tutti mi hanno aiutato e le loro valorose testimonianze hanno permesso che portassimo a giudizio, per il caso di mio padre, cinque imputati per i quali stiamo aspettando le condanne entro aprile di quest’anno. Il processo per l’uccisione di mia madre inizierà quest’anno e così finalmente sapremo i fatti che accaddero la mattina del 19 novembre del 1976, quando 40 uomini delle forze congiunte dell’esercito e della polizia circondarono la casa dove vivevamo mia madre ed io, insieme ad una coppia e i loro due figli di 3 e 5 anni. Quest’ultima famiglia  era arrivata a casa nostra per scappare dal terrorismo di Stato che aveva già sequestrato mio padre il 24 marzo del ’76, il primo giorno del golpe militare.Io, che al novembre del ’76 avevo appena 5 mesi d’età, fui l’unico a salvarmi grazie a mia madre che mi mise in un armadio a muro con materassi per proteggermi dai gas lacrimogeni, mentre tutti gli altri furono assassinati. Quando i militari mi trovarono nell’armadio, mi portarono all’ospedale situato a pochi isolati, dato che a causa dei gas stavo per morire asfissiato. Passai quasi 5 mesi isolato in una camera, con un agente di custodia che mi sorvegliava costantemente.  Successivamente il giudice dei minori mi dette in adozione senza prendere nessuna misura per restituirmi alla mia famiglia biologica. Così persi la mia vera identità. Per molto tempo avevo pensato che i miei veri genitori mi avessero abbandonato perchè non mi amassero.  Ora, invece, so che non solo non mi avevano abbandonato ma che sono vivo grazie a mia madre, che mi aveva salvato la vita alcuni momenti prima di essere uccisa. Non c’è un giorno nel quale non pensi a quell’episodio e a lei che, ad appena 23 anni, ebbe il coraggio di affrontare la dittatura insieme al giovane amore della sua vita, mio padre Gastón, che al momento del sequestro aveva solo 26 anni. In tutti questi anni ho ripercorso quei luoghi che hanno avuto a che fare con le miei origini, perché questo mi faceva sentire più vicino a mia madre e mio padre. Sentii la necessità di tornare a casa di San Nicolás, di parlare con i vicini che non hanno mai dimenticato gli scoppi delle granate e il rumore delle mitragliatrici. Quegli stessi vicini saranno testimoni nel giudizio che finalmente si svolgerà quest’anno visto che in Argentina, dopo la caduta delle leggi di “obediencia debida y punto final”, è arrivata la fine dell’impunità che per molti anni ha impedito di condannare i genocidi. Oggi il nostro paese è un esempio di Memoria, Verità e Giustizia che ha permesso il rafforzamento delle istituzioni democratiche affinché, non si ripetano mai più violazioni dei diritti umani. Sento che la ricerca di giustizia per i 30.000 detenuti scomparsi, non solo permette di chiudere un poco le nostre ferite ma che è anche il miglior apporto che possiamo dare alle future generazioni. Denunciare quelle atrocità e dare impulso al “juicio y castigo” dei responsabili di tutta questa dolorosa storia è un modo per recuperare la mia identità. Sono felice di essere tornato a chiamarmi Manuel, che è il nome che avevano scelto per me mia madre e mio padre e che mai avrei dovuto perdere. Questa storia mi ha permesso di conoscere molte persone coraggiose che in differenti paesi ci hanno aperto le loro braccia, anche quando in Argentina l’impunità era “moneta corrente”. Per questo apprezzo e rispetto l’impegno con il quale Nicola Viceconti ha saputo raccontare la nostra storia. Leggendo Dos veces sombra mi sono identificato, ho ammirato la sua capacità di mostrare, attraverso un racconto, la complessa trama della sostituzione d’identità. Il suo romanzo è un nuovo contributo alla diffusione della lotta delle “Abuelas de Plaza de Mayo” che ancora oggi stanno cercando 400 giovani, alcuni dei quali potrebbero anche essere in Italia. Per questo voglio ringraziare Nicola e dirgli che lo considero un compagno ed un amico”.

 

“DOS VECES SOMBRA” – PABLO  APARICIO 

mail del 05 maggio 2011Anoche compré tu novela, y la he terminado en la madrugada. Es un excelente relato que, desde la ficción, nos muestra como sociedad a los argentinos durante los años de plomo y también en esta época de reivindicación de los Derechos Humanos.Mirta cumple años el mismo día que quién te escribe.Realmente las fuerzas armadas eran una caterva de miserables. En mi casa también sufrimos un allanamiento y mi Padre fue detenido el 31 de octubre de 1976. Recuerdo cada momento de aquella madruga nefasta en la cuál toda la manzana comenzó a “hacer mucho ruido” desde tempranas horas. Los  techos estaba llenos de uniformes verdes, hasta que tocaron timbre y le avisaron a mi Padre que lo venían a buscar. Las palabras de papá fueron, a las 7 de la mañana aproximadamente:- Adela: me viene a buscar el ejército. Levántese por favor.- (Adela es el nombre de mi Madre que no dejó un sólo día de salir junto a mí y mi hermano a preguntar por las condiciones en que se encontraba Marcos  y a solicitar visitas para que Marcos pudiera ver a su esposa y dos hijos, así se llamaba Papá, que falleció el 4 de marzo de 2008)Los militares entraron, nos sacaron al patio y nos tenían apuntados con ametralladoras a mi Madre, a mi hermanito Marcelo que tenía cinco años, a mi prima Esther que había ido a casa a pasar ese día con nosotros, a mi Padre y a mí. Nos trataron con mucha hostilidad. A mi Padre lo tenían encañonados entre varios “verdes”, él estaba sentado en el medio del patio.Luego del allanamiento, se lo llevaron en un camión del ejército. No lo volví a ver hasta el 24 de diciembre en un permiso especial para los detenidos políticos aquí en Mendoza. Estuvo detenido en San Felipe (Mendoza) y luego en la unidad 9 de La Plata. Entre otras cosas menores, robaron un poco de dinero que tenían mis padres guardado y se llevaron libros y revistas vinculadas con temas políticos y sindicales. Mi Padre, Don Marcos Aparicio era delegado gremial de Luz y Fuerza y presidente de la Unión Vecinal del Barrio Viapiana en Guaymallén.Sufrió torturas y vegaciones en Mendoza y Buenos Aires. En el traslado a Buenos Aires lo golpearon a tal punto, fue en un avión con otros detenidos, que le quebraron varias costillas. Fue puesto en libertad en el mes de junio de 1977. No fue mucho tiempo, pero en ese infierno, un día, un minuto, es una eternidad.Bien, recordar todo aquél proceso no hace más que reafirmarme en mi lugar incondicional al lado de todos los que luchan por sus Derechos, especialmente los Políticos y Civiles. En definitiva, como te dije más arriba, los Derechos Humanos, que hoy incluyen los Económicos, Sociales y Culturales. Gracias por tu obra “Compañero Nicola”. Gracias por regalarnos una “Mirta” convencida y orgullosa de su identidad.FraternalmentePablo Alejandro Aparicio

 

CAUSA ESMA

L’associazione Ex Detenuti Desaparecidos è  formata da sopravvissuti di differenti campi di concentramento che funzionarono in Argentina durante l’ultima dittatura militare. L’attività principale dell’associazione è orientata alla ricerca di giustizia per la costruzione della memoria del popolo argentino. Un impegno quotidiano  per costruire una società più giusta. Una rassegna delle principali informazioni relative alla “Causa ESMA” con notizie, video e interviste si può trovare nel seguente link (allegato alla rivista telematica Justicia Ya).

 

 

 

La Notte delle matite (Noche de los Lápices), è il nome in codice dell’operazione organizzata dalla polizia Argentina, con lo scopo di sequestrare, sempre durante la notte, reprimere, torturare ed uccidere, gli studenti delle scuole superiori che si fossero resi colpevoli di “attività atee ed anti nazionaliste” nel periodo intercorrente tra il 24 marzo 1976, data del colpo di stato che porterà al potere la giunta militare guidata da Jorge Rafael Videla, ed il 1983, in quello che fu definito all’epoca come Processo di Riorganizzazione Nazionale.

LA VICENDA

Quella che nel ricordo popolare viene definita come Notte delle matite spezzate ebbe luogo a La Plata, nella notte del 16 settembre 1976, quando vennero sequestrati sei studenti, militanti o simpatizzanti della cosiddetta Unión Estudiantil Secundaria (UES), responsabili secondo le autorità della partecipazione alle manifestazioni, in precedenza per l’istituzione e successivamente contro l’abolizione, del Boleto Escolar Secundario (BES), un tesserino che consentiva agli studenti liceali sconti sul prezzo dei libri di testo ed una riduzione del biglietto per l’utilizzo dell’autobus; altri studenti, tra i quali Pablo Diaz, furono arrestati nei giorni successivi. Secondo il rapporto redatto, dopo la fine della dittatura militare, dalla CONADEP (Commissione Nazionale sui Desaparecidos), la polizia di Buenos Airesaveva organizzato un’azione di repressione nei confronti degli studenti che avevano preso parte alla campagna di protesta per il boleto estudiantil, considerata dalle forze armate come “attività sovversiva”. Per questo motivo, dopo il loro arresto, “gli adolescenti sequestrati avrebbero dovuto essere eliminati dopo aver fatto loro soffrire pene indicibili in diversi centri di detenzione clandestini, come quelli di Arana, Pozo de Banfield, Pozo de Quilmes, la Centrale di Polizia della Provincia di Buenos Aires, il 5°, 8° e 9° commissariato di La Plata ed il 3° di Valentín Alsina, Lanús e il Poligono di tiro della Sede Centrale della Provincia di Buenos Aires”.
Tutti i sei giovani arrestati nella notte del 16 settembre scomparvero e la testimonianza di uno degli studenti sopravvissuti, Pablo Díaz, al momento dell’arresto appartenente all’organizzazione giovanile rivoluzionaria Gioventù guevarista e che subì, oltre ai maltrattamenti ed alle torture avvenute nei centri di detenzione, una reclusione di quattro anni senza processo, è stata fondamentale ai fini della ricostruzione e della denuncia dei fatti avvenuti.

I SEQUESTRATI

Claudio de Acha (17 anni, scomparso): sequestrato il 16 settembre in casa di Horacio Ungaro. Horacio Ungaro (17 anni, scomparso): sequestrato il 16 settembre. María Clara Ciocchini (18 anni, scomparsa): sequestrata il 16 settembre insieme a María Claudia Falcone. María Claudia Falcone (16 anni, scomparsa): sequestrata il 16 settembre nella casa della nonna paterna. Francisco López Muntaner (16 anni, scomparso): sequestrato il 16 settembre. Daniel A. Racero (18 anni, scomparso): sequestrato il 16 settembre. Patricia Miranda (17 anni, sopravvissuta): sequestrata il 17 settembre. Emilce Moler (17 anni, sopravvissuta): sequestrata il 17 settembre. Pablo Díaz (18 anni, sopravvissuto): sequestrato il 21 settembre. Gustavo Calotti (18 anni, sopravvissuto): nonostante fosse sequestrato l’ 8 settembre, si considera un sopravvissuto, dato che molti dei sequestrati erano suoi ex compagni di liceo e passò insieme a loro molti mesi di prigionia e tortura clandestina.

 

 

 

OPERACION CONDOR

La giustizia federale argentina ha deciso. Si farà il processo per il Piano Condor, l’internazionale del terrore che negli anni ’70 coordinò il sequestro, l’interscambio e la sparizione di migliaia di oppositori politici nella regione. Si apre così un nuovo capitolo nella ricerca della verità in America latina.

 

“Il Piano Condor è stato una vasta associazione a delinquere attiva nel Cono Sud, diretta al sequestro, alla sparizione, tormento e morte, senza considerare limiti territoriali o la nazionalità delle vittime”. Con queste parole il giudice federale argentino Sergio Torres ha rinviato a giudizio dopo otto anni di indagini diciannove repressori tra i quali spiccano i nomi dell’ex dittatore Jorge Rafael Videla (nella foto con Augusto Pinochet) e di Antonio Domingo Bussi. Per la prima volta dunque in America latina si processerà il Piano Condor in quanto tale, in quanto organizzazione criminale multinazionale finalizzata alla sparizione di persone. Finora la giustizia nei diversi paesi aveva, in maniera diseguale, avanzato sui singoli casi, processando ed eventualmente condannando soprattutto gli esecutori materiali, ma senza mai riuscire ad individuare il nesso causale politico ed il coordinamento tra le diverse dittature. Il processo che inizierà a breve a Buenos Aires alza il tiro e individua un reato associativo transnazionale: processa infatti proprio quel coordinamento criminale tra le diverse dittature latinoamericane e lambisce le responsabilità del governo degli Stati Uniti e delle bande di terroristi cubani di stanza a Miami. I militari rinviati a giudizio sono al momento tutti argentini, ma a loro presto dovrebbero aggiungersi sette militari uruguayani dei quali si attende l’estradizione. Nelle carte del processo si legge quello che le associazioni per i diritti umani, e poi gli storici, carte alla mano, scrivono da anni: “è esistita un’associazione a delinquere concretizzata nel cosiddetto ‘Operativo Condor’, messo in atto da chi occupava i governi del Cile, Paraguay, Uruguay, Brasile, Bolivia e Argentina (nell’immagine in rosso i paesi coinvolti direttamente e in rossi quelli parzialmente) avente come obbiettivo tra gli altri reati, la sistematica sparizione di persone”. Non è possibile, secondo i giudici, individuare la data di inizio di tale associazione criminale, ma questa fu senza alcun dubbio attiva a partire dal colpo di stato in Cile, l’11 settembre 1973, e durò fin quando durarono le dittature in America latina. Molte delle prove più importanti che istruiscono il processo che si celebrerà a Buenos Aires, chiamano direttamente in causa il governo degli Stati Uniti. L’Agente dell’FBI Robert Scherrer il 28 settembre 1976, inviò un documento dalla sua ambasciata a Buenos Aires oggi declassificato. Il documento Scherrer è di una straordinaria precisione perché spiega concretamente in cosa consiste il piano Condor. Vi si legge: “Operazione Condor è il nome in codice per l’individuazione e l’interscambio dei cosiddetti ‘sinistrorsi’ comunisti o marxisti, instaurata tra i servizi segreti dell’America del Sud. Il passaggio più concreto implica la formazione di squadre speciali dei paesi membri con la facoltà di viaggiare ovunque nel mondo con il compito di castigare e assassinare i terroristi e chi li appoggiano”. In realtà oggi sappiamo che meno del 5% dei desaparecidos argentini, e una percentuale ancora inferiore in Cile e negli altri paesi, fu concretamente parte di movimenti guerriglieri. Tali ‘squadre speciali’ agirono effettivamente in tutto il mondo, dalla Spagna, dove sequestravano i rifugiati anche dopo la fine della dittatura franchista, a Roma, dove nel 1975 ridussero in fin di vita il dirigente democristiano cileno Bernardo Leighton, al pieno centro di Washington dove nel settembre 1976, con 200 kg di esplosivo, fu fatto saltare in aria l’ex ministro degli esteri di Allende Orlando Letelier con la sua segretaria Ronni Moffit. Il processo che si aprirà in Argentina chiama in causa i partecipanti all’associazione a delinquere Condor per 107 casi di sequestro di persona di differenti nazionalità. Per giungere a tale risultato sono stati necessari anni di certosino e spesso pericoloso lavoro. Le carte, tanto quelle degli archivi di Asunción, scoperti dall’avvocato paraguaiano Martín Almada (nella foto) nel dicembre del 1992, come quelle declassificate dal governo degli Stati Uniti o quelle dell’importante processo Letelier tenutosi negli Stati Uniti, così come quelle prodotte in questi anni nei vari paesi, chiamano in causa centinaia di repressori di tutti i paesi coinvolti. A questi si aggiungono l’ex-segretario di stato statunitense Henry Kissinger e molti controrivoluzionari cubani che operavano in intelligenza con la CIA. I cubani sono importanti perché fin dagli anni ’60 avevano teorizzato la creazione del Condor (commettendo centinaia di atti terroristici in tutto il continente) e perché parteciparono attivamente in numerosi casi oggi considerati simbolici del funzionamento del Piano Condor stesso. Tra questi il sequestro, tortura e assassinio di due giovani impiegati dell’ambasciata cubana a Buenos Aires, Crescencio Galañega Hernández, di 26 anni, e Jesus Cejas Arias, di 22, spariti dal campo di concentramento denominato Automotores Orletti, lo stesso che ispirò il film “Garage Olimpo”. L’assassinio dei due ragazzi nell’ambito del piano Condor, viene apertamente rivendicato come un successo della lotta anticomunista da parte di Luís Posada Carriles, il terrorista di origine cubana reo confesso anche dell’omicidio del cittadino italiano Fabio di Celmo. Di Henry Kissinger (nella foto con Augusto Pinochet), che molti considerano il mandante supremo del Condor, ed il gestore principale del processo dittatoriale instaurato in America latina in quegli anni, è sicuramente possibile affermare che fu al corrente di tutto fin dall’inizio, giacché è dimostrato che avesse un filo diretto con il capo della polizia segreta cilena, la famigerata DINA, Manuel Contreras. Questo, che si faceva chiamare Condor 1, oggi chiama in correo anche George Bush padre, all’epoca capo della CIA, che però non appare direttamente nei documenti, la CIA stessa e i gruppi cubani di Miami. Soprattutto dopo l’assassinio di Letelier in piena Washington, e del quale la CIA fu coautrice nella persona del cittadino statunitense Michael Townley (agente sia della CIA che della DINA e vincolato, secondo documenti della CIA, a Stefano delle Chiaie) Kissinger avrebbe cercato di moderare gli ardori dei Condor, ma dalle carte non risulta alcuna seria pressione in questo senso. Al contrario dalle carte stesse risultano passi concreti da parte del governo di Jimmy Carter per rompere i legami con gli apparati repressivi latinoamericani, che poi furono ripresi all’epoca di Ronald Reagan tanto che casi mondialmente noti come quello dell’assassinio del vescovo salvadoregno Oscar Romero vengono considerati come colpi di coda del Condor. Fonte: gennarocarotenuto

Entrevista con la escritora, periodista y investigadores Stella Calloni sobre la Operacion Condor en la década -70-80 y la variante moderna de hoy en Centroamerica.

 
 Stella Calloni
 
 

 

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