Pensieri e scrittura
| Prima di iniziare a raccontare storie temevo che la Scrittura (quella con la “s” maiuscola) fosse una prerogativa di chi la pratica per professione. Col tempo mi sono convinto che appartiene a tutti. Talvolta è il frutto di tentativi reiterati e frustranti, altre volte nasce impetuosa, senza motivo apparente, dall’esperienza del vissuto quotidiano. Mi riferisco alla necessità, insopprimibile per ognuno di noi, di attribuire un senso alle vicende che costituiscono la nostra esistenza.L’esperienza della scrittura, sotto questo aspetto, contiene in sé l’affascinante contraddizione del potersi perdere in un territorio infinito e volere, al tempo stesso, incidere dei segni per orientarsi al momento del ritorno. Questo appartiene a tutti o almeno a quanti desiderano ambedue le cose, con tutte le incertezze che ciò comporta. |
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L’IDENTITA’

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L’identità è tutto ciò che caratterizza ognuno di noi come “individuo unico e inconfondibile”. Una particolare connotazione che ci identifica, verso gli altri e verso noi stessi, attraverso esperienze che s’intersecano nel percorso della vita. Il caso dei desaparecidos argentini è l’esempio più drammatico di distruzione dell’identità di un popolo. L’improvvisa sparizione di migliaia di giovani, la loro segregazione nei Centri Clandestini di Detenzione, l’uso sistematico della tortura, i voli della morte, sono solo alcune delle azioni crudeli messe in atto del regime militare per eliminare ogni forma di opposizione. Si è trattato di una guerra contro i propri figli che, non potendo essere eliminati con la morte, sono stati fatti sparire nel nulla. La storia di vita di ogni desaparecido contiene una perdita d’identità che inizia con l’ingresso nel Centro di detenzione e l’immediata assegnazione di un numero in sostituzione del nome e cognome. Un macabro rituale prima di entrare nel girone dei morti viventi e lasciare alle spalle il mondo dei vivi, il proprio passato e la propria identità. Il recupero dell’identità, come bene individuale e collettivo, è possibile solo se ricostruiamo 30.000 storie di vita. Spetta a noi il compito di raccontarle per mantenere viva la memoria. (Nicola Viceconti) “Recuperare l’identità dei desaparecidos in quanto soggetti sociali con le loro storie e pratiche e non solo come vittime di delitti di lesa umanità, costituisce un esercizio di memoria che non si limita al ricordo del passato ma fornisce la possibilità che questo passato dia un nuovo significato al presente”. (Abuelas de Plaza de Mayo) |
LA LIBERTA’

| Accezione comune del termine libertà è quella di poter pensare, esprimersi ed agire, senza oppressione alcuna da parte degli altri individui che ci circondano o dello stesso Sistema politico sociale nel quale viviamo. Essa implica la trasformazione da una condizione formale di scelta interiore ad una volontà di azione che si trasforma in atto sociale e individuale. Un’azione concreta, dunque, che investe diversi ambiti: morale, giuridico, economico, politico, religioso ecc.Nella lunga storia dell’uomo ci sono stati passaggi in cui il sentimento dI libertà, prima di diventare azione, si è fatto sogno. Ha dovuto attraversare la sua stessa negazione, incontrando gli ostacoli di ideologie totalitarie e altre forme di sottomissioni che hanno reso l’uomo un essere dipendente da qualcuno o qualcosa “altro da lui”.
Il cammino della libertà, itinerario accidentato e tortuoso, non ha, pertanto, un termine conclusivo. La sua conquista non è finita e perdura nel presente. Karl Popper, nell’esaminare le ragioni della libertà, sosteneva che “il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”, un’azione che deve essere svolta tenendo presente che i principi di libertà si basano sulla discussione e sulla critica, cardini della società aperta e della democrazia. |
Riflessioni su Cumparsita |
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| Nel momento in cui ho iniziato a scrivere Cumparsita, mi sono assunto la responsabilità di rappresentare una storia sull’emigrazione, di narrare la vita di Domenico Labriola, un emigrante della Basilicata, uno dei tanti “italiani d’Argentina”, che circa un secolo fa ha avuto il coraggio di oltrepassare l’oceano. Per farlo, ho scelto di scrivere in prima persona, come se fossi io stesso il protagonista del racconto. E così, immedesimandomi in un vecchio ultra ottantenne ho ripercorso, sotto forma del ricordo, le tappe principali della sua esistenza e, contemporaneamente, di alcuni eventi della storia recente dell’Argentina. Gli avvenimenti narrati sono frutto della mia fantasia anche se non mancano nel romanzo numerosi riferimenti alla vita degli italiani in Argentina, all’integrazione nella Buenos Aires degli anni Trenta, ai periodi bui della dittatura, ai desaparecidos. Nel raccontare la storia di vita di Domenico ho cercato di trasmettere tutto il sapore agrodolce dell’emigrazione, in modo da poter far rispecchiare nei ricordi del protagonista le stesse emozioni comuni a tutti gli emigranti. L’ispirazione è nata dalle parole di un giovane taxista, dal suo grande desiderio di andare in Italia, in Basilicata, a visitare il paese del nonno, anche lui emigrato in Argentina come Domenico. L’editore di Buenos Aires, che insieme a me ha creduto in quest’opera, ha scritto nella campagna di lancio del romanzo. “Cumparsita, una novela que habla sobre la inmigraciòn, sobre la humanidad, sobre la resistencia”. La resistenza basica che emerge in Cumparsita è la resistenza culturale che le comunità degli emigranti italiani hanno riscontrato nella giovane ospitante Argentina. Cumparsita, infatti, è una storia sull’emigrazione e devo ammettere di averla scritta condizionato da una visione sociologica del fenomeno ponendo l’accento all’aspetto sociale dell’incorporazione dell’emigrante nella terra che lo ha ospitato. Il grande flusso migratorio europeo verso l’Argentina, durato oltre un secolo, non può essere spiegato con la semplice teoria neoclassica dell’economia secondo la quale nasce semplicisticamente dalla relazione tra domanda e offerta del mercato migratorio globale. A mio modesto parere, solo se si sottolinea l’importanza delle relazioni sociali delle reti dove gli emigranti italiani si sono venuti a trovare, possiamo capire un fenomeno migratorio così eccezionale. Esso è stato caratterizzato da una grande disomogeneità di persone, non semplicemente riconducibili alla tipologia classica del migrante (lo stesso Saverio nel romanzo non parte per ragioni povertà) e da un alto grado di auto perpetuazione. Le reti di lavoro (network) basate sulla parentela, amicizia, origine comune, condivisione culturale, i gruppi, le collettività, le associazioni e non il singolo individuo o la singola famiglia, hanno favorito l’integrazione degli emigranti italiani in Argentina.In più parti della storia raccontata in Cumparsita emerge questa contaminazione di culture, dando vita a quella che alcuni studiosi hanno definito “Argentinità”. La festa organizzata in occasione del matrimonio di Saverio e Emilia ne è un valido esempio. Una commistione di elementi si può cogliere nella gastronomia (il caratteristico asado con le specialità italiane, lucane e abruzzesi), nella musica suonata dall’orchestra (il tango con i balli popolari del sud Italia), nella lingua (lo spagnolo contaminato le espressioni dialettali italiane). Quando nel romanzo descrivo l’incontro al cantiere tra Saverio e Domenico ho voluto sottolineare l’importanza di uno degli aspetti degli emigranti, la loro origine comune. Già sulla nave altri migranti lucani gli avevano parlato dell’associazione della Basilicata e delle possibilità che quelli “partiti prima” offrivano ai nuovi arrivati. E così Saverio anch’egli partito dalla Basilicata, 23 anni dopo Domenico, troverà lavoro e sarà aiutato nella fase di adattamento. Le associazioni degli emigranti, pertanto, hanno facilitato l’incorporamento nella società ed hanno aiutato il singolo ad interpretare i fattori pull (attrazione) e push (esclusione) al loro arrivo, rendendo l’emigrazione un fenomeno dinamico e non un semplice rapporto di causa (povertà)/effetto (partenza). Non c’è dubbio che il raggiungimento di una meta ricca era uno dei motivi, forse il più evidente, ma l’auto perpetuarsi della migrazione in Argentina è stato favorito dalle reti che hanno dato vita alla catena migratoria più lunga della storia italiana. Le risorse cognitive di quelli che erano partiti prima, hanno fatto da spartiacque per quelli che volta per volta decidevano di raggiungerli. Le esperienze, le conoscenze, il vissuto quotidiano di chi “già c’era” documentato attraverso lettere o cassette registrate dai toni commoventi, ne testimoniano la presenza. Domenico arriva a Buenos Aires all’età di 7 anni e lì trascorre tutta la sua vita, cresce insieme ai suoi fratelli e con loro affronta fin da giovane il lavoro nel cantiere. E come tanti emigranti italiani anche loro con il sudore e il sacrificio fanno dell’impresa “Labriola Hermanos” il fiore all’occhiello nel settore dell’edilizia. E poi, con la descrizione dei momenti di svago trascorsi insieme agli altri emigranti, i primi amori, le serate di tango alla Confiteria Ideal ho cercato di offrire al lettore, pagina dopo pagina, il contesto di riferimento, il loro senso di appartenenza, la loro identità etnica, elementi fondamentali nella costruzione dell’identità nazionale dell’Argentina.L’Italia, insieme ad altri vecchi paesi europei ha alimentato i flussi migratori verso le Americhe, andando a modificare la composizione delle popolazioni di giovani nazioni. In Argentina l’avvio dell’emigrazione risale agli anni trenta dell’ottocento e cresce vertiginosamente. Nel 1906, l’aumento sostenuto degli arrivi costrinse il Governo dello Stato di Buenos Aires a realizzare una struttura destinata a ricevere i nuovi ospiti. Il complesso, attivo fino agli anni ’50 del XX secolo, era destinato ad alleviare i bisogni fisici degli emigranti e provvedere a tutte quelle incombenze burocratiche che gravavano sui viaggiatori appena sbarcati. Addirittura l’emigrante che arrivava in Argentina veniva sottoposto ai controlli burocratici e sanitari direttamente a bordo del piroscafo appena giunto nel porto. Una commissione medica visitava i passeggeri per verificare l’assenza di malattie e ne controllava i documenti. Una volta adempiute le formalità doganali, l’emigrante poteva trovare una sistemazione temporanea presso l’hotel degli emigranti. Il complesso era fornito di cucine e di refettori, di numerosi bagni, di docce e, soprattutto, di grandi camerate in grado di ospitare circa 4.000 persone alloggiate contemporaneamente. Oggi l’Italia è diventata meta di destinazione di nuovi flussi migratori provenienti dall’est e dal sud del mondo e sembra essere impreparata ad accoglierli. Anzi a volte risolve rispedendo le carrette in mare aperto. L’Italia che per oltre un secolo ha sfornato emigranti, oggi si è dotata di una normativa sull’immigrazione tarata sulla vigilanza della sicurezza e non sulla regolamentazione dell’integrazione. Cumparsita vuole essere il mio piccolo contributo agli emigranti italiani che hanno avuto il coraggio di attraversare l’oceano e hanno dedicato la loro vita a rendere grande un paese come l’Argentina.
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Riflessioni su Due volte ombra |
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| Dopo aver terminato Dos veces sombra, mi sono chiesto cosa avrei potuto dire io sul tema della dittatura di fronte un pubblico di argentini e che taglio avrei dovuto dare al mio intervento.Sicuramente avrei potuto parlare della narrazione e descrivere Paula, la protagonista della storia, ma ciò sarebbe stato scontato e avrei tolto il gusto della lettura del romanzo. Avrei potuto anche affrontare il fenomeno della dittatura da un punto di vista strettamente storico, ma ciò mi avrebbe esposto al rischio di dire cose forse ovvie, se non addirittura inesatte, tirandomi dietro una serie di critiche legittime. Qualcuno avrebbe potuto farmi notare che “La storia di un paese si può capire bene solo vivendo in quel posto”, ed io vivo dall’altra parte del mondo.Allora ho scelto di affrontare un tema così complesso, tralasciando per un attimo il piano puramente descrittivo dei fatti per appoggiarmi ad una ipotesi di partenza, di tipo interpretativa, presa in prestito da un ambito a me più caro: quello sociologico. Le considerazioni che seguono, quindi, oltre a fornire un tentativo di risposta ad una domanda ormai ricorrente “Perché è successo?”costituiscono, di fatto, le ragioni che mi hanno indotto a scrivere questo romanzo.Si tratta della necessità di trovare un significato alle cose quando di queste cose non c’è un significato apparente. Sono i buchi neri, le esperienze distruttive di ogni società, quelle che hanno portano morte, lutti e disperazione.Riferendoci alla dittatura argentina non mancano certamente risposte: il Piano Condor spiega le ragioni politiche di alcune dittature nel sud America, le manovre economiche volute dalle classi benestanti argentine di quell’epoca, la precaria situazione politica precedente il golpe del 76, il pericolo, per alcuni, del terrorismo, sono tutti argomenti ricorrenti che ci forniscono risposte a un livello macro. Quello che invece a me interessa è cercare di capire ad un livello micro cos’è scattato nel comportamento delle persone dotate di potere (militari e complici del regime), per provocare in modo sistematico, lo sterminio di una intera generazione. Prenderò in prestito un concetto teorico più volte citato anche nello studio di altri regimi dittatoriali: la banalità del male della studiosa austriaca Arendt che, partendo dalla vicenda giudiziaria del nazista Eichmann, affronta il carattere del male e dell’essenza della malvagità umana Per contestualizzare una simile espressione dovremmo porci un’altra domanda: Avrebbero potuto sottrarsi i militari argentini ai propri doveri che implicavano la tortura, l’assassinio o altre simili brutalità?
Affrontare un simile problema significa confutare il concetto del tutto ingannevole e giustificativo di Colpa Collettiva, linea difensiva spesso usata nei momenti di giudizio sull’operato di apparati dittatoriali secondo cui tutti sono colpevoli e nessuno è colpevole e stabilire precise responsabilità personali attraverso i processi. Quest’ultimo aspetto è mancato in Argentina per lungo tempo e solo da alcuni anni finalmente ha permesso di portare sul banco degli imputati non solo il sistema (macro e astratto), bensì uomini in carne ed ossa. Considerare la responsabilità personale significa doversi porre delle questioni morali. Il processo di riorganizzazione nazionale della Junta Militar, attuato con la repressione di tutti gli ambiti della società e con la sparizione sistematica di 30.000 persone, è stato possibile grazie a una rigida organizzazione gerarchica interna e ad uno spezzettamento delle responsabilità individuali. Gli stessi militari argentini hanno più volte dichiarato di essere rotelle di un ingranaggio contribuendo così a far proliferare l’astuta profezia dello “scarico delle responsabilità” all’interno dell’organizzazione. Molti di loro dichiararono, infatti, di aver agito per obbedienza agli ordini militari. In Argentina su tale assioma è stata promulgata la legge di “obbedienza dovuta”. E’ l’uso della violenza per mano di chi è investito del potere. Su questo Milgram ha condotto un interessante sperimento per studiare il comportamento di alcuni soggetti (persone perfettamente normali) a cui un’autorità ordinava di eseguire delle azioni che confliggevano con i valori etici e morali dei soggetti stessi. Ma se durante la dittatura tutti coloro che hanno servito il sistema erano persone normali e non mostri, è lecito domandarsi che cosa li abbia indotti ad agire in quel modo e soprattutto con quale motivazione morale giustificano il loro comportamento. Il sistema con la sua banalità del male si è dimostrato capace di azzerare nelle persone coinvolte la facoltà di pensare, la capacità di distinguere tra giusto e sbagliato, la facoltà di giudizio, e le loro implicazioni morali. Il risultato è che le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, ne demoniaco ne mostruoso” erano uomini perfettamente “normali” che compivano atti mostruosi. Anche la figura de El rengo nel romanzo è un uomo comune, caratterizzato dalla sua superficialità e mediocrità che ha sempre agito all’interno degli ordini e dei poteri di una rigida gerarchia militare. Una cieca obbedienza, dunque, né perversi e né sadici ma uomini che erano e sono tuttora terribilmente normali. E questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica “un nuovo tipo di crimine dove gli artefici del male agiscono in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce il male”. Questo aspetto dell’essere malvagio si riferisce ad un male senza radici, un male estremo che non possiede profondità, che cresce in superficie come un fungo e può contaminare l’intera società nel momento in cui vince la sfida con il processo individuale di ognuno di noi di pensare. Sta qui la sua banalità… rispetto al bene che ha profondità e può essere integrale. Un antidoto a questo male è possibile se resta viva nell’individuo la capacità critica di pensare. La facoltà di pensare consente all’uomo di aprire un dialogo con se stesso e di esprimere un giudizio sui fatti che lo circondano. Solo così si evita di aderire ad una morale sociale senza esercitare la capacità di riflettere. In altre parole la manifestazione di pensiero è capace di provocare perplessità ed obbliga l’uomo a riflettere e a pronunciare un giudizio. In tale ambito resta fondamentale il ruolo delle associazioni dei diritti umani nei processo di conservazione della memoria e loro costante e infaticabile lavoro “per non dimenticare” gli anni bui di questa parte della storia Argentina che, contrariamente a quello che sostiene qualcuno, non è acqua passata e oggi più che mai ci riguarda. La storia della dittatura argentina è una storia che appartiene a tutti. L’Italia ne è un esempio con i processi svolti nei confronti di militari argentini. L’Italia alla quale faccio riferimento non è certamente quella delle porte chiuse dell’Ambasciata o del cinismo del Berlusconi sulla battuta dei desaparecidos. E’ l’Italia che sta vicino ai diritti umani è quella di Sandro Pertini che per quattro volte ha ricevuto le madri della Plaza de Mayo, e nel 1983 ha scritto al generale Bignone, per denunciare i delitti orrendi che colpivano l’Argentina e tutta l’umanità. Concludo facendo riferimento ad una scena particolarmente significativa di un film di Antonioni, Blow Up (ingrandimento) ispirato da un racconto di Cortazar. In questa scena il protagonista ingrandisce uno scatto fotografico pensando di aver scoperto un cadavere che spunta da una siepe in un angolo dell’inquadratura. Il suo tentativo di scomposizione della fotografia in diverse sezioni al fine di realizzare un ingrandimento mostra come risultato finale solo la “grana” della fotografia, una serie di pixel giganti che fanno dissolvere il “cadavere” in una infinità di puntini. Ciò per dire che ogni cosa si deve poter vedere da una distanza sufficiente. Sono passati 35 anni da quel 24 marzo e credo che i tempi siano maturi per poter interpretare lucidamente come siano andate le cose. La giusta distanza temporale rappresenta la giusta distanza focale, per non disperderne il senso. E proprio da questa distanza focale che oggi l’Argentina può ricavare insegnamenti più complessivi. Parlare della dittatura e metterla sul piano dell’assioma dell’ubbidienza equivale ad ammettere che è stato rubato un semplice pezzo di fune al contadino, omettendo che con esso è stata portata via anche la vacca che era legata all’altra estremità.
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