Se dice de mi – Tita Merello

Dopo averla riascoltata su you tube non riesco più a togliermela dalla testa. Mi riferisco a “Se dice de mi”, la milonga tanto famosa e divertente cantata da Tita Merello. E pensare che inizialmente il testo di questa canzone era stato scritto per l’interpretazione maschile di Carlos Roldán. Recentemente ha fatto parte della colonna sonora di una famosissima telenovela Colombiana intitolata “Yo soy Betty, la fea” .

 

 

 

 

 Se dice de mí – Milonga – 1943

Música: Francisco Canaro, Letra: Ivo Pelay

Se dice de mí,
se dice de mí.
Se dice que soy fiera,
que camino a lo malevo,
que soy chueca y que me muevo
con un aire compadrón,
que parezco Leguisamo,
mi nariz es puntiaguda,
la figura no me ayuda
y mi boca es un buzón.Si charlo con Luis, con Pedro o con Juan,
hablando de mí los hombres están.
Critican si ya la linea perdí,
se fijan si voy, si vengo o si fi.
Se dicen muchas cosas,
mas si el bulto no interesa,
porque pierden la cabeza
ocupándose de mí.Yo se que muchos me desprecian compañía
y suspiran y se mueren cuando piensan en mi amor.  Y más de uno se derrite si suspiro
y se quedan si los miro resoplando como un ford. Si fea soy, pongámosle,
que de eso aun no me enteré,
en el amor, yo solo sé
que a más de un gil, dejé a pie.
Podrán decir, podrán hablar,
y murmurar, y rebuznar,
mas la fealdad que dios me dio,
mucha mujer me la envidió
y no diran que me engrupí
porque modesta siempre fui.
Yo soy asíY ocultan de mí,
ocultan que yo tengo,
unos ojos soñadores,
ademas otros primores
que producen sensación.
Si soy fiera se que, en cambio,
tengo un cutis de muñeca,
los que dicen que soy chueca,
no me han visto en camisón.
Los hombres de mí critican la voz,
el modo de andar, la pinta, la tos.Critican si ya la linea perdí,
se fijan si voy, si vengo, o si fui.
Se dicen muchas cosas,
mas si el bulto no interesa,
porque pierden la cabeza
ocupandose de mí.Yo se que hay muchos me desprecian compañía,
y suspiran y se mueren cuando piensan en mi amor. Y más de uno se derrite si suspiro
y se quedan si los miro resoplando como un ford.Si fea soy, pongamosle,
que de eso aun no me enteré
en el amor, yo sólo se,
que a más de un gil, deje de a pie.
Podrán decir, podrán hablar,
y murmurar, y rebuznar,
mas la fealdad que dios me dio,
mucha mujer me la envidió.
Y no dirán que me engrupí
porque modesta siempre fui.
Yo soy así.
Si dice di me, si dice di me.
Si dice che sono brutta
che cammino come un attaccabrighe,
che ho le gambe storte e che mi muovo
con un’aria da furbacchiona
che assomiglio a Leguisamo*
il mio naso è appuntito
la figura non mi aiuta
e la mia bocca è una buca delle lettere. Se parlo con Luis, con Pedro o con Juan,
gli uomini chiacchierano di me.
Mi criticano se ho perso la linea,
controllano se vado, se vengo o se torno.
Si dicono molte cose,
ma se il pacchetto non interessa
perché perdono la testa
occupandosi di me.So che molti che disprezzano la mia compagnia, sospirano e soffrono quando
pensano al mio amore.
E più di uno si scioglie se sospiro
e si bloccano se li guardo
ansimando come una Ford. Se sono brutta,
supponiamolo,
di questo ancora non mi sono accorta
in amore, so solo io,
che più di un tonto ho lasciato a piedi.
Potranno dire, potranno parlare,
e mormorare, e spettegolare
ma la bruttezza che Dio mi ha dato
molte donne l’hanno invidiata
e non diranno che mi sono montata la testa
perché sono sempre stata modesta.
Io sono così. E nascondono di me
nascondono che ho
occhi sognanti,
e anche altre primizie
che danno emozione.
Se sono brutta so che in cambio
ho una pelle da bambola
quelli che dicono che ho le gambe storte
non mi hanno vista in camicia da notte.
Gli uomini criticano la mia voce,
il modo di camminare, i vestiti, la tosse.
Criticano se ho già perso la linea
controllano se vado, vengo o torno.
Si dicono molte cose,
ma se il pacchetto non interessa
perché perdono la testa 
occupandosi di me.So che molti che  disprezzano la mia compagnia sospirano e soffrono quando pensano al mio amore. E più di uno si scioglie se sospiro
e si bloccano se li guardo ansimando come una Ford.

Se sono brutta, supponiamolo,
di questo ancora non mi sono accorta
in amore, io solo so,
che più di un tonto ho lasciato a piedi.
Potranno dire, potranno parlare,
e mormorare, e spettegolare,
ma la bruttezza che Dio mi ha dato,
molte donne me l’hanno invidiata. 
E non diranno che mi sono montata la testa perché sono sempre stata modesta.
Io sono così.

* Irineo Leguisamo, famoso fantino argentino

 

La Tita de Buenos Aires  di MARISA D’AGOSTINO – Articolo  tratto dalla rivista  ”A todo Tango” (Gen.  2006)

 “Sono io il mio migliore personaggio. Una attrice drammatica piange se stessa quando interpreta un personaggio teatrale”. Così diceva Tita Merello in un’intervista, e non le si può dare torto. Non ha davvero avuto mai bisogno di crearsi un personaggio. Nei suoi oltre settanta anni di carriera artistica le è bastato semplicemente esprimere se stessa e la sua vita per stregare il pubblico con la sua personalità. Piccolina, mora, con belle gambe, labbra grandi e sensuali, uno sguardo insinuante e provocatorio, di chi tutto sa e tutto offre.

Così era lei e così era il suo personaggio. Non ebbe maestri. Ebbe sin da bambina abbandono, tristezza e vita di strada, dalle quali estrasse la prepotenza e l’impeto trascinante che caratterizzò tutta la sua vita, fedelmente riflesso dalle donne interpretate in teatro e al cinema. “Ho conosciuto la fame. Io so cos’è la paura e la vergogna”. Con questa frase comincia il racconto dei duri momenti vissuti durante i suoi primi anni. “La mia infanzia fu breve. L’infanzia del povero è molto più breve di quella del ricco. È triste, povera e brutta”.

Anni avanti, dichiarò senza pudore: “Ho battuto la strada”. E confessa che una volta, già conosciuta nell’ambiente artistico, un famoso giornalista, al salutarla e prenderle la mano, dopo averla osservata provocatoriamente con palesi intenzioni, le disse “Lei in un’altra vita deve essere stata cortigiana”, e lei rispose “E adesso cosa sono?” Tita non nacque per cantare. Da giovane, mentre cercava di ampliare il suo repertorio con canzoni più difficili, spesso stonava, non riusciva a sostenere le note. Però aveva quel tocco insieme angelico e passionale che la faceva accettare dal suo pubblico, tanto che, dei vari temi realizzati, alcune creazioni furono di tale grandezza e così indimenticabili che qualsiasi altra cantante che si azzardò a interpretarle era puntualmente sconfitta in un confronto perso in partenza.

Il tango Arrabalera, El choclo, Se dice de mi, Pipistrela, La milonga y yo – che fu creata proprio per lei da Leopoldo Diaz Velez – , sono pezzi emblematici del suo repertorio. Comincia la sua carriera da giovanissima, come corista al “Ba ta clan”, un teatro vicino al porto frequentato da marinai e gente dei bassifondi. Un giornalista dell’epoca lo descrive come un teatrino di poche pretese, caratteristico per gli spettacoli con sfumature quasi pornografi che, tanto che il termine “bataclana”, con il quale venivano chiamate le ragazze che ci lavoravano, entrò nel vocabolario corrente come sinonimo di prostituta. Qualche tempo più tardi Tita esce dal coro e diventa la vedette del “Ba ta clan”- la battezzarono “La vedette rea” – ed in questi panni interpreta per la prima volta “Leguisamo solo”, creato dal direttore musicale della compagnia, Modesto Papavero, da cui le deriva un notevole successo.

Un famoso critico teatrale che la conobbe in quegli anni disse di lei: “una delle attrici con più temperamento, più focose e di carattere della scena nazionale. Ogni tango interpretato da lei è una piccola opera teatrale.” Nel frattempo al teatro si affianca il cinema, a cui Tita arriva mentre il cinema stesso sta nascendo. Appare infatti nella prima pellicola sonora argentina, “Tango”, del 1933. Altre sue successive apparizioni la vedono ricoprire spesso personaggi secondari, e spesso interpreta ruoli da commedia, finché nel 1937 partecipa a “La fuga” e si rivela come attrice drammatica, sconcertando i produttori e registi, per la sua naturalezza, espressività e disinvoltura. Continua a recitare per anni, arrivando a girare oltre quaranta opere, tra le quali si può ricordare la “Filomena Maturano” di Eduardo de Filippo. A seguito del successo cinematografico, la Merello è sempre più richiesta sia in teatro che in televisione, oltre che alla radio, mezzo, quest’ultimo, con il quale continua a lavorare fi no alla vecchiaia. Muore sfiorando i cento anni, consacrata dal pubblico come la “Tita de Buenos Aires”, simbolo della donna nel tango e dell’Argentina.

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