La magia di Misantla incanta la scrittura di Viceconti – AgoraVox

 

Articolo pubblicato il 16 luglio 2018 su AgoraVox

Intervista allo scrittore italiano dall’anima latinoamericana sull’esperienza messicana al Festival internazionale di Poesia di Misantla (Veracruz).

È stato l’unico autore italiano presente al Festival internazionale di poesia della città di Misantla dello stato di Veracruz, in Messico. Cosa le resta di questa esperienza?

Il Primo festival internazionale di poesia della città di Misantla in Messico ha lasciato in me un sapore di eterno. Un odore di eterno che pervade dolcemente le mie giornate e mi accompagna nelle mie attività. La sensazione di freschezza e di arricchimento culturale vissuta in quell’indimenticabile momento resterà scolpita dentro di me, indelebile alle intemperie dell’oblio, indifferente alle dimensioni del tempo e dello spazio. Persisterà, come la brezza del mare che accompagna le onde sulla battigia e sento che lascerà tracce anche nella mia prossima produzione letteraria. I motivi, sui quali vale la pena edificare oggi il ricordo, sono tanti e, più di tutti, l’impatto con la scuola secondaria “Ignacio Mejia”, il contatto con i giovani e il respiro internazionale del confronto con altri poeti.

Non è la prima volta che partecipa ad iniziative culturali con studenti. Perché predilige la scuola come luogo d’incontro?

Perché la scuola svolge una preziosa funzione, quella di rinvigorire il rispetto nei confronti della cultura, rendendola viva e dinamica. La scuola rappresenta il luogo per eccellenza della trasmissione del sapere, della formazione e dell’educazione delle nuove leve della società, la casa nella quale i giovani si nutrono prima di intraprendere il percorso della vita adulta, dove acquisiscono gli strumenti che permetteranno loro di esercitare il pensiero critico, di fare scelte informate e consapevoli. La scuola induce alla riflessione, all’esercizio del pensiero, è il laboratorio della conoscenza, una fucina di creatività dove si celebrano i valori più alti, dove si custodisce e, soprattutto, si elabora cultura, un’istituzione fondamentale da salvaguardare rigorosamente dalle disfunzioni delle società moderne, troppo spesso onnivore di distrazioni futili, inclini all’effimero. A riguardo, mi vengono in mente le parole di Eduardo Galeano: “E abbiamo sopra tutte le cose l’allegria delle nostre speranze/mentre impazza la moda del disincanto/ora che il disincanto è diventato un articolo di consumo massivo e universale. Noi.” (tratto da “Parole in cammino”).

Ci può dire qualcosa di più su come si è svolto il festival?

Il festival si è svolto in tre giornate intense, fitte di incontri, ai quali hanno partecipato poeti da diverse parti del mondo e con un ricco programma di poesia. Si è aperto in modo toccante e originale. L’ingresso dei poeti nella scuola si è rivelato vero e proprio un rito di accoglienza, caratterizzato dalla presenza gentile di giovani donne abbigliate con il costume tradizionale misanteco bianco, ornato di monili rossi e fiori. Con sorrisi affabili e disposte ordinatamente, hanno offerto un solenne benvenuto e, ad ognuno di noi, un dono speciale: un fiore dal profumo delicato che ci ha accompagnato nel corso della declamazione dei versi. Anche Gabriele D’annunzio, uno dei più grandi poeti italiani, amava particolarmente questa fragranza. Per un istante, l’idea mi ha divertito, come se un filo legasse tutti i poeti del mondo, oltre i confini del tempo e delle nazioni, nell’arte e nella bellezza. Nella loro naturale eleganza, quelle corolle vellutate, simbolo di gentilezza e amicizia, sottolineavano il senso della mia presenza a Misantla, l’amore per questa terra e per questo popolo.

Quali poesie ha scelto per il Festival e con quale ha esordito?

L’invito al Festival ha stimolato nel corso dell’anno la mia vena poetica e ho composto diverse poesie spaziando su temi che mi appassionano: i diritti umani, la giustizia sociale e i popoli della terra. Ho scelto le poesie più rappresentative del mio pensiero, quelle che ho sentito più significative. Sul palco, mentre si svolgeva la cerimonia di benvenuto, ho osservato le persone presenti, il pubblico misanteco, che, disposto al centro del patio della scuola, gremito di giovani e di adulti, studenti, insegnanti e familiari, ci aveva atteso, con compostezza. Lo percepivo attento ed emozionato, come un corpo unico. La responsabilità e l’importanza del momento pulsavano vive dentro di me. Si trattava di un occasione straordinaria per poter esprimere direttamente con la mia voce, parole ed emozioni che avevo infilato in valigia prima di sorvolare l’oceano:

“Es una mujer la poesía que amo

militante, kurda, campesina

luchadora, india, feminista

paladína de los derechos y de justicia”

Così suonava l’inizio della mia declamazione, priva di preamboli. Offrivo immediatamente e senza veli l’anima della mia scrittura. Sono versi tratti da “La poesia che amo”. Desideravo che l’incontro con la gente di Misantla, con questo pueblo magico, fosse senza diaframmi. Volevo che fossero le emozioni a farci incontrare, con autenticità. Ho scelto poesie legate a temi universali come l’amore (“Riflessi”, “A mia madre”), la giustizia sociale (“Nessun muro”, Fiore sull’asfalto”), la necessità umana di costruire utopie (“Trasformazioni”, “Utopia”, “Il treno di Pierpaolo” dedicata a Pasolini). Sono convinto che oggi più che mai si debbano accarezzare utopie, con nuove modalità. Siamo chiamati a nutrire ideali più che ideologie, affinché si possa abitare un mondo capace di avvicinare e unire i popoli. Non si tratta di incantarci con abbagli ma di condividere una vera aspirazione verso la libertà, cui tendere con perseveranza, prefigurando un’umanità aperta e spazi dove regnino nuovi equilibri. Questa può essere per l’arte una forma di militanza. L’arte non deve pontificare ma ricondurci all’umano, non deve difendere chimere, né dogmi ideologici ma rendere pensabile l’inconfessabile e sottolineare l’importanza del possibile, la poesia Rende fratellike diventa incorporazione e spazio per le idee e i sogni di ogni individuo e società.

Quel giorno, a Misantla, nella scuola secondaria, teatro del festival, un silenzio rispettoso faceva eco alle parole ricamate dalla mia poesia che vibravano nello spazio, intonate in sincrono in italiano e in castellano come una melodia si libra appoggiandosi al vento. Un silenzio che percepivo quasi sacrale, come può esserlo un tributo alla grazia della creatività umana. Gli astanti, ragazzi e familiari, lo interrompevano unicamente per manifestare gratitudine e gioia con applausi commoventi a tutti i nostri componimenti liriche. Come foglie sparse dal vento, le poesie si succedevano le une alle altre, lasciando che le storie e le passioni umane si presentassero nella loro magnifica nudità e sul palco sfilavano l’amore, il dolore, la nostalgia, arrivando dritto al cuore. Il mormorio poetico di diverse voci narranti si propagava nell’aria trascinando emozioni, oltrepassando confini e idiomi.

I ragazzi le assorbivano, se ne nutrivano, mentre la scuola celebrava il sapore di una grande festa per tutta la collettività. Nella suggestione delle loro creazioni, gli autori alternavano, come accordi in un concerto, parole sparse, sonetti, rime, monologhi, interpretazioni, composizioni e, soprattutto, messaggi per il “futuro” con profonda autenticità e umiltà. La nota della “speranza” era stata introdotta e sapientemente affidata a una studentessa che, dal palcoscenico della sua giovane età, aveva esordito recitando un poema con una grazia palpabile, viva e accompagnata da gesti sobri ed eleganti, come il battito delle ali di una farfalla. Era portavoce di un’invocazione alla bellezza che noi avevamo la responsabilità e la gioia di onorare e, in poco tempo, l’atrio risuonava di poesia messicana, italiana, misanteca, un vero incanto.

Se lo aspettava? Cosa immaginava di vivere in Messico?

Sì, era questa la bellezza che immaginavo di respirare. Una bellezza senza eguali, di cui l’incontro con la gente è un esempio paradigmatico. Me ne sono reso conto, sul palco, quel giorno. Ero in ascolto e mi sono concentrato per immergermi in quella magnifica realtà, lasciandomi permeare dalle emozioni. I bambini più piccoli giocavano allegramente sul prato, conferendo una chiosa di genuina festosità all’evento. Di fronte all’ingresso della scuola si poteva scorgere il pocito de Nacuquinia, davanti al quale avevamo sfilato in parata, ogni poeta con la propria bandiera nazionale, al ritmo delle percussioni. Sembrava che la forza simbolica e immaginaria della lirica arrivasse anche a lei, la bella principessa Totonaca, ospite d’eccezione del festival. La leggenda narra che il pozzo si sia formato a seguito delle lacrime versate dalla bella fanciulla per la morte del suo innamorato, un giovane e valoroso guerriero caduto in battaglia. Si sostiene che chi si abbevera a questa fonte, faccia ritorno a Misantla e si innamori di una misanteca.

In sottofondo sentivo il cinguettare degli uccelli tra le fronde fruscianti degli alberi appena scompigliate da un venticello vivace; percezioni inconsuete che m’incantavano e che rendevano l’esperienza ineguagliabile. Apprezzavo il regalo che tra poeti ci stavamo facendo gli uni gli altri, la dimensione che stavano disegnando insieme. Leggenda, natura, poesia e musica hanno reso quei momenti impareggiabili. A chiusura delle declamazioni, le danze folkloristiche eseguite dai ragazzi dalla pelle ambrata valorizzata dai costumi in bianco, scandivano l’autenticità e l’effervescenza della festa in atto.

Intanto, un tramonto dorato accarezzava i nostri volti illuminati dallo stesso sentire, tingendo d’arancio tutto ciò che non fosse in ombra. L’atmosfera gioiosa si rifletteva in ogni gesto, nelle fotografie, nelle conversazioni e negli abbracci fraterni. Tutto riluceva di vita. Come se i raggi di sole imbastissero i nostri passi, in breve ci trovammo intorno a tavole imbandite con semplicità e con cura. Le deliziose pietanze preparate nelle case misanteche, insegnanti, genitori e studenti seduti accanto a noi a condividere la cena e i brindisi, hanno sugellato quel sapore di familiarità e di unione scaldandoci il cuore. Un fermento di conversazioni, di progetti e di condivisioni, di risate spontanee e di promesse cementava un nuovo indivisibile “NOI”, una magia unica, una bellezza senza tempo.

In che modo “entra” questo vissuto nella scrittura di Viceconti?

Si tratta di una esperienza fondamentale che si è radicata in me ancorandomi a un nuovo sentire, un modo di leggere la vita e tradurla in una poetica a metà strada tra realismo e animismo, tra elementi realistici e surreali. Nella mia scrittura avevo già sperimentato tale sovrapposizione propria del mondo latino americano, attraverso l’ideazione di personaggi peculiari che, seppur inseriti in un preciso contesto storico e legati alla tradizione dei luoghi di appartenenza, riescono a offrire al lettore una prospettiva diversa, impregnata di elementi magici e universali. Mi riconosco in questa particolare “forma mentis”, in cui non si tratta di raccontare il vero e il quotidiano ricorrendo alla magia e al mito, ma di realizzare un gioco di specchi e di inversione delle parti, il cui senso è dato dall’oggettività. È come aver acquisito nuovi occhi, per osservare il riverbero poetico dei fatti e rivivere la realtà per smascherarla.

In tal senso, il mistero intrinseco della vita si assapora e emerge in una atmosfera di enigmaticità e incanto. La narrazione conduce a una rivelazione epifanica della bellezza celata, in cui predomina un fascino arcano che erompe dalla stessa realtà. Si svela l’invisibile dell’esistente. Il vero soggetto è l’enigma plastico protetto da una realtà apparentemente cristallina o anche prevedibile e banale. L’esistenza descritta con questa modalità coniuga il sogno e il vero in uno spazio che penetra l’ineffabile e evoca il meraviglioso, il sublime e la suggestione dell’esplorazione. La deliberata reticenza autorale rende la narrazione polisemica e intrigante per il lettore che si abbandona allo svolgersi della storia e all’interpretazione di molteplici piani di lettura mentre l’autore si misura con un’interessante complessità.

Mi sono già cimentato nella stesura di racconti brevi con simili caratteristiche ma dopo l’esperienza messicana sento che questa mia propensione si è consolidata. Questa scrittura ambisce ad accomunare la letteratura ispanoamericana con quella europea, mi riferisco ad autori come Borges, Marquez, Cortàzar, Allende, Roth, Kafka, Kundera, Murakami. Dedicherò un racconto alla cultura di questa terra, come promesso al pubblico di Misantla e ho deciso di scrivere quest’opera sperimentando questo approccio “magico”, per fondere culture e prospettive diverse, dando spazio a suggestioni all’intuizione e alle sfumature emotive anche femminili. Un’opera caratterizzata dall’aspirazione alla creatività e alla fusione già nella mia scelta di scriverlo a quattro mani con Patrizia Gradito, autrice di romanzi esperta di letteratura anglofona.

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