Deve farlo… per il bene del cavallo

Da bambino amavo i film western. Invidiavo i cowboy per il loro abbigliamento e  gli indiani per la loro destrezza nell’uso dell’arco con le frecce, quelle vere, non quelle di plastica con la ventosa, che ricevevo il giorno della befana. Da bambino amavo i film western, anche se non comprendevo il gesto del cowboy quando catturava un vitello con il lazo o, peggio ancora, quando, per non farlo soffrire, sparava un colpo in testa al cavallo zoppo. Deve farlo per il bene del cavallo”, ripeteva ogni volta mio padre per lenire il dispiacere nel trovarmi di fronte a quella scena. Eppure a me quella spiegazione non bastava affatto e rifiutavo di credere che un colpo di pistola fosse un bene per tutti, sia per chi lo subiva e sia per chi lo sparava. Non accettavo che per porre fine alla sofferenza bisognava sbrigativamente pensare alla morte come via d’uscita. La trovavo una soluzione cinica, atroce. L’unico sentimento che veicolava quella scena era che non ci può essere spazio per i sentimenti. Lo stesso accadeva in larga scala nei confronti degli indiani d’America che venivano sistematicamente privati delle loro terre e ridotti a esseri emarginati in una società a loro imposta ed estranea. Tutte storie che si contrapponevano al mio istintivo e naturale concetto di umanità. Quello di un bambino.

Non so perché ma oggi il pensiero va alle due navi in mezzo al mare (Sea-Watch e Sea-Eyein attesa di un porto dopo 12 giorni dall’operazione di soccorso di 49 persone salvate da un naufragio. È la storia che si ripete, da qualche anno a questa parte, di persone disperate che tentavano di fuggire dalle torture e dall’orrore di una guerra alla quale ormai ci siamo abituati, al punto che nemmeno ci indignano più. Proprio come la scena del cavallo nel film western, o degli indiani depauperati della loro identità, stavolta ci si deve abituare alla sofferenza dei naufraghi nel Mediterraneo fino a farla diventare normalità. Un fatto estremo che aumenta l’assuefazione, l’indifferenza e che, come ricorda in un post di oggi Gianfranco Scavone (Vicepresidente Associazione Studi Giuridici Immigrazione), va oltre alle leggi e le norme sull’immigrazione e ha a che fare con “qualcosa di più importante e centrale nella nostra vita, ovvero con un senso di umanità che appare del tutto smarrito”.

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