Diamo i numeri: siamo uomini o caporali? – AgoraVox

 

Articolo di Patrizia Gradito e Nicola Viceconti – “Novelas por la identidad”  pubblicato su AgoraVox  13 marzo 2019. Dei migranti che affrontano il Mediterraneo non conosciamo le storie, non sono che numeri abbinati a nomi di imbarcazioni: 49 sulla sea watch, 117 sul gommone, e ne potremmo dare ancora. Anestetizzati da una sinistra assuefazione, la sofferenza scivola via disinfettata dall’oblio. Quando i decessi diventano una conta, le persone restano senza voce e senza memoria. L’indifferenza si propaga.

Nell’universo concentrazionario dei nazisti, i prigionieri erano sottoposti a continui appelli ed estenuanti quanto illogici conteggi: ogni Stuck, (in tedesco “pezzo”, così ci si riferiva per denominare gli esseri umani nei lager), doveva essere sotto controllo. L’annichilimento era allora il riverbero di una negazione di umanità, si trattava di una reificazione strategica e criminale. Dopo la seconda guerra mondiale, il lento processo di ricostruzione del tessuto sociale, nei paesi europei, è stato possibile solo grazie al rinnovamento dei principi di democrazia, libertà e giustizia, formalizzato dalle Costituzioni e da altre Convenzioni Internazionali.

La memoria si fonda sulla persona e deve essere decontaminata da giustizialismi e relativismi. Consiste nella riscoperta della persona affermata nella sua unicità e integrità, nella sua preminenza rispetto a qualsiasi istituzione o principio astratto. Questo stabiliscono i diritti umani universali che hanno fatto tesoro di certi scempi, o no? È di questa “persona” che ha bisogno il nostro mondo per superare la de-moralizzazione in cui è scivolato: troppo spesso, in ogni ambito, non si parla più di esseri umani ma di risorse, di indicatori o di soglie. Infatti, non si parla di migranti, ma di “quote”, come fossero transumanze di malriposte illusioni. Per rendere tutto più asettico in realtà si svilisce la nostra umanità. La dignità umana è svilita, ce lo restituiscono innegabilmente le fotografie, ultimo appiglio, nella loro crudezza.

La Dichiarazione d’Indipendenza degli USA ha un padre italianoGaetano Filangieri, filosofo illuminista cui si deve il principio carico di umanità civile che è il diritto alla felicità che ispirò il Presidente Benjamin Franklin, idee che passarono alla storia, nel testo voluto da Thomas Jefferson: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati.”

Nella Dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio1776, i costituenti avevano stabilito che a tutti gli uomini è riconosciuto “il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità”. Raramente la felicità è associata a quella più ampia, al genere umano. L’Italia, secondo il World Happiness Report dell’Onu, è al 47mo posto su 156 Paesi felici che vede la Finlandia come capolista. Si parla di piena realizzazione della “personaumana”.nell’articolo 3 della Costituzione italiana. Il diritto ad essere felici è un monito para-esistenziale per tutta l’umanità, è un limite al potere dell’autorità ed è un diritto inalienabile. La crisi della migrazione, sotto questa luce, assume contorni diversi da quelli urlati nella galassia socio-mediale dai populisti, che oscillano tra paura e colpa, mentre voltano le spalle a chi muore sfidando la disperazione. «Non ti allarmare fratello mio/ dimmi, non sono forse tuo fratello/ Perché non chiedi notizie di me?/ È davvero così bello vivere da soli se dimentichi tuo fratello al momento del bisogno?», così inizia una delle due poesie trovate in tasca a Tesfalidet Tesform, il migrante eritreo morto il giorno dopo il suo sbarco a Pozzallo, il 12 marzo dello scorso anno, sulla nave Proactiva. Sprannominato Segen, in tigrino indica chi ha il collo lungo come uno struzzo o un cammello, come quelli che popolano il villaggio di Mai Mine, devastato dall’ultima guerra con l’Etiopia tra il 1998 e il 2000, da dove è partito.Continua la sua poesia manoscritta: «nessuno mi aiuta e neanche c’è qualcuno che mi consola/ ora non ho nulla perché in questa vita nulla ho trovato» … «lontani dalla pace/ presi da Satana/ che non provano pietà o un po’ di pena./ Si considerano superiori, fanno finta di non sentire, gli piace soltanto apparire agli occhi del mondo».

Due poesie di Segen, custodite in un foglio plastificato dove è scritta la lettera G e il numero 1, il codice che identifica il primo migrante sceso dalla nave in quello sbarco di 92 persone.

Nell’immagine, l’installazione di AI Weiwei, in omaggio alla MEMORIA dei migranti e un monito ai cittadini tedeschi, il cui paese ha ricevuto più di un milione di richieste d’asilo in un anno, è stata esposta al pubblico lo scorso 13 febbraio, presso la Konzerthaus di Berlino, una delle sale da concerto più note della germania. L’opera consiste in circa 14mila giubbotti salvagente arancioni appesi alle colonne sulla facciata che l’artista cinese ha raccolto a Lesbo, sulle cui rive sono stati lasciati dai profughi una volta raggiunta l’isola. Più di 3.700 migranti sono morti attraversando il Mediterraneo, solo lo scorso anno, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni,

 

 

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