La Ragazzina di Homs

La Ragazzina di Homs (racconto tratto da “Cartoni… animati e altri racconti“)

Milano, 13 giugno 2015.

Eravamo in piena emergenza. Nell’atrio della stazione Centrale si erano accampati almeno trecento profughi, tutti uomini. Io e le altre volontarie della cooperativa avevamo lavorato fino all’una di notte per assicurare il trasferimento delle donne e dei bambini nei centri di accoglienza che ancora avevano posti disponibili. Nella galleria delle carrozze era un continuo viavai di persone: volontari, forze dell’ordine, giornalisti e cittadini che, mossi da un sentimento di solidarietà, accorrevano numerosi per portare cibo, vestiti e pannolini per i neonati. Il personale dell’Asl, nel frattempo, aveva allestito un presidio sanitario. Anche loro lavoravano senza tregua: i medici avevano riscontrato una trentina di casi di scabbia per i quali era stato necessario il ricovero negli ospedali specializzati.   I ritmi erano così da diverse settimane e spesso sembrava di non farcela a far fronte all’incessante flusso di profughi che arrivavano stipati sui treni provenienti dal sud. L’Italia per loro rappresentava solo una tappa di passaggio, la destinazione finale del viaggio era il nord Europa, dove si sarebbero ricongiunti con qualcuno della famiglia partito prima.
Dall’inizio dell’anno erano arrivati circa in diecimila. La maggior parte di loro era di nazionalità eritrea e siriana, tutti scampati miracolosamente alla guerra e ai pericoli della traversata in mare che, dalla Libia, li aveva portati in Sicilia.
Quella notte, nel trambusto generale, nessuna di noi si era accorta che Hasti, la ragazza appena adolescente di Homs, aveva dormito all’aperto, su una panchina dei giardini di fronte alla stazione. La vidi entrare a passi lenti, con lo sguardo perso nel vuoto. Attraversò l’atrio, tra l’indifferenza di tutti, poi sparì dietro una colonna. Mi affrettai a soccorrerla e quando la raggiunsi la trovai accasciata a terra, disorientata e stremata dalla stanchezza.
«I’m looking for my brother» disse con un filo di voce, mostrandomi un foglietto che teneva stretto in una mano. Sopra c’era scritto: Amir Alì al Nāser.
L’aiutai ad alzarsi e quando me la trovai di fronte non potei fare a meno di soffermarmi sull’intensità del colore dei suoi occhi verdi, in risalto con il bianco dello hijab che le incorniciava il volto. Poi, lo sguardo mi cadde su una vistosa ferita che aveva sulla mano destra.
«Andiamo» dissi con dolcezza, mentre la sostenevo per un braccio «mi chiamo Viola e sono qui per aiutarti. Stai tranquilla, presto troveremo tuo fratello, adesso vieni…».
Hasti fu medicata e accompagnata nella struttura di via Salerio, dove mi recai a trovarla il giorno dopo. Da quando lavoravo con i profughi ne avevo ascoltate tante di storie drammatiche, ma le vicissitudini di quella ragazza mi avevano scosso come un lenzuolo al vento. Avrei voluto piangere, ma dovetti trattenermi. Noi volontarie abbiamo imparato che per loro è meno doloroso se manteniamo una certa lucidità nell’ascolto. Al di là delle modalità imposte dall’emergenza di quei giorni, nella quale stavo scontando la vicinanza troppo continuativa con la sofferenza, l’incontro con Hasti mi aveva coinvolto particolarmente e decisi di starle vicino. Con uno sguardo ubriaco di ingenuità e saturo di dolore, la ragazzina di Homs, nel vedermi, spalancò la porta del cuore e si affidò a me. Lo fece lanciandomi un impercettibile messaggio di speranza, che colsi al volo e non potei trascurare.
Hasti aveva versato un fiume di lacrime sulla sabbia del deserto del proprio paese prima di lasciarlo, senza sapere se vi avrebbe fatto più ritorno. Fu tutto così rapido che non fece in tempo nemmeno a capire da chi stava fuggendo. La situazione tra i ribelli e le truppe governative si era complicata e non era facile orientarsi nei perimetri di quel territorio in continua trasformazione. L’unica cosa certa era che scappava dalle bombe e dai colpi di fucile sparati dai palazzi distrutti e abbandonati, nei quali un tempo abitava con la famiglia. Senza mai voltarsi indietro, si mise in marcia, nella lunga colonna di profughi come lei, alla ricerca disperata di pace. Alle spalle lasciò l’oscurità, conseguenza inevitabile di tanto lutto e distruzione.
Di scene di violenza per le strade di Homs lei ne aveva vissute fin troppe: obbligata ad assistere alla decapitazione dei suoi genitori, aveva rischiato di diventare una schiava del sesso quando due uomini vestiti di nero, armati fino ai denti, l’avevano trascinata con forza su una jeep. Nella confusione di un improvviso scontro a fuoco tra bande di miliziani, Hasti riuscì a salvarsi miracolosamente, saltando giù dal mezzo e restando per una notte intera nascosta tra le macerie. Da quel giorno visse braccata dall’assurdità di una guerra, la più atroce in quella zona del mondo, un tempo la culla dell’umanità.
Una volta al sicuro, più che piangere, Hasti aveva un disperato bisogno di urlare. Lo fece alla stazione, quando la separarono da me per trasferirla al centro di accoglienza. Provai una gran pena nel vederla scalciare con tutte le forze, prima di svenire tra le braccia di un operatore della Croce Rossa.

Quando entrai nella stanza, Hasti era lì, in piedi, vicino alla finestra e guardava lontano. Sul tavolino aveva lasciato intatta la colazione che le avevano preparato le volontarie di turno.
Incrociai il suo sguardo. L’ignoto del futuro si era infilato negli occhi e i ricordi della sua breve vita passata si erano ridotti a un muro scrostato dalle intemperie della guerra.
«Ti dispiace se mi siedo accanto a te?» dissi interrompendo per un istante il fluire dei suoi pensieri.
Lei continuò a incantarsi, con lo sguardo gettato lontano, pesante, come uno straccio bagnato. Poi, mi tese una mano. «Portami da Amir, ti prego» disse con la disperazione di nuovo dominante nel tono della voce.
L’abbracciai.
Poi, con l’aiuto del responsabile del centro, cominciai a cercare quel nome, incrociando i dati dell’archivio degli immigrati censiti dalla Prefettura con quelli in possesso di tutte le associazioni di stranieri presenti nella provincia. E finalmente riuscii a rintracciare Amir Alì al Nāser. Il fratello di Hasti, in possesso di regolare permesso di soggiorno, viveva a Garlasco da circa un anno, da quando aveva trovato un lavoro stabile da facchino in un centro commerciale.
Al sentire la notizia, Hasti non stava più nella pelle per la contentezza. La sola idea di trovarsi a meno di mezz’ora di auto dall’unico familiare che le era rimasto in vita per un istante la sollevò da tutti i problemi. Con un gesto che le partì dal cuore, mi gettò le braccia al collo e cominciò a ringraziarmi una, due, cento volte. La ricerca delle informazioni su Amir andò avanti fino a quando riuscii a recuperare l’indirizzo di casa e un suo recapito telefonico. Assistetti in diretta alla telefonata tra i due e, nonostante parlassero arabo, per qualche strana ragione, era come se in quel momento riuscissi a capire ciò che stavano dicendosi. Le espressioni di Hasti, più nitide delle parole, costituivano quel lessico universale a cui tutti gli uomini ricorrono per esprimere la gioia o il dolore.
Il giorno stesso s’incontrarono nella sede del centro. Quando Amir varcò la porta, di colpo le paure di Hasti si spensero come la fiamma di una candela che ha consumato tutta la cera. Si avvicinò al fratello, la gioia di rivederlo era palpabile.
«Viola… Viola… eccolo Amir… è mio fratello si chiama Amir!» ripeté piangendo per l’emozione.
Anche lui si commosse nel trovarsela di fronte. Restarono abbracciati a lungo e, a ogni parola, si stringevano più forte. Il conforto di quel momento però durò poco.
«Quando li hai visti l’ultima volta?» domandò Amir visibilmente preoccupato.
«Un paio di settimane fa» rispose lei «…quando siamo stati costretti a scappare da Qasair».
«C’era anche Raakin?».
«Sì! Stava giocando con altri bambini. Eravamo riuniti nel piazzale della scuola in attesa dell’arrivo del camion che ci portasse da mangiare».
«E poi, cos’è successo?» proseguì lui.
«All’improvviso si udirono spari dappertutto e siamo scappati. Omar, il vicino di casa, mi afferrò per un braccio e mi portò via con lui. Da allora sono rimasta con la sua famiglia».
Amir portò le mani al volto in segno di disperazione.
«Ho continuato a cercare Saabira ovunque» seguitò a raccontare Hasti «ma era come se fosse sparita nel nulla».
Tra loro calò una lunga pausa di silenzio. Amir sperava di ottenere informazioni rassicuranti su sua moglie e suo figlio di appena sette anni, dei quali non aveva notizie da due settimane. E invece…
Con l’intensificarsi della guerra era già successo che perdesse i contatti con la propria famiglia, mai però per un periodo così lungo.
«Sono preoccupato» disse, volgendomi lo sguardo «ormai non li sento più da giorni».
«Comprendo il tuo stato d’animo, ma non devi perdere la speranza» risposi di getto «negli ultimi giorni ci sono stati importanti spostamenti della popolazione da Homs. Vedrai che tua moglie si trova sotto protezione di qualche organizzazione umanitaria» dissi, cercando di convincermi io per prima di tanto ottimismo.
«Se fosse andata così mi avrebbero già informato, non credi?» rispose lui.
A quella affermazione non replicai.
«… avevo già deciso di andare a cercarla!» disse, mostrandomi un biglietto aereo acquistato alcuni giorni prima «le parole di mia sorella hanno solo confermato quello che ho sempre temuto. E adesso non c’è più tempo da perdere».

Rimasi impietrita per il coraggio di Amir e non feci niente per trattenerlo; io al posto suo avrei fatto lo stesso, anche se andare in Siria era diventato praticamente impossibile e non solo per l’allargarsi del conflitto in aree sempre più vaste del Paese. Amir viaggiava con la compagnia aerea inglese e il rischio che avrebbero potuto trattenerlo a Londra per qualche controllo era elevato. Il trattato di Dublino ha stabilito chiaramente le responsabilità degli Stati che lo hanno sottoscritto. Amir era arrivato in Sicilia e la richiesta di asilo spettava all’Italia. Nel ritrovarsi un cittadino siriano all’interno del proprio territorio, le autorità inglesi avrebbero indagato e chissà se, e dopo quanto tempo, lo avrebbero fatto ripartire.

Le parole di Amir fecero breccia nel cuore di Hasti. Da bambina che era, aveva interpretato la notizia con l’istinto più che con la ragione. Non avrebbe mai voluto staccarsi dal fratello, ma non c’era altra soluzione. Quella notte, nel suo letto, bagnò di lacrime i capelli e il cuscino. Restai con lei fino a quando ebbe esaurito il pianto. Le dissi di non darsi per vinta, di continuare a resistere e tirare fuori quell’implacabile coraggio che solo l’adolescenza è capace di generare. Fu così che mi ritrovai di nuovo sola con lei, a consolare l’inconsolabile.
Amir lasciò Milano nel disperato tentativo di riabbracciare la propria famiglia. Il mattino stesso della partenza mi misi in contatto con la British Airways per spiegare la situazione del cittadino siriano di ritorno al proprio Paese. Dal centro di assistenza inviammo anche un fax con la descrizione dettagliata della sua storia e le ragioni di quel viaggio improvviso.
Hasti nel frattempo aveva iniziato un percorso di assistenza psicologica per guarire la mente ferita dai terribili ricordi della guerra e, insieme ad altri coetanei provenienti da Aleppo, prese a frequentare un corso di italiano.
Un passo alla volta cominciò a riappropriarsi del presente, mostrando sempre maggiore fiducia e una particolare confidenza nei miei confronti. Il suono della sua timida voce cominciò a riempire i nostri incontri.
Trascorrevamo i momenti liberi a leggere storie, a fare lavoretti manuali e a conversare sugli argomenti più disparati. In una di quelle occasioni Hasti mi confidò di amare i gabbiani e mi raccontò di un villaggio di pescatori dove si recava in villeggiatura. Andava sul molo in compagnia di suo padre ad ammirare il volo dei gabbiani che scortavano le imbarcazioni fino in mare aperto, per poi tornare in direzione della costa, con il sole basso, all’orizzonte. Nonostante la tristezza di aver perso i genitori, quando parlava di quel luogo, i suoi occhi brillavano.
Mi sentivo rincuorata nel vedere che gradualmente stava recuperando il suo tenero sorriso, che lo scempio della guerra le aveva strappato. La sera, prima di addormentarmi, mi capitava di ripensare alla sua storia. Che strano destino era stato il suo: aveva solo nove anni quando aveva iniziato a convivere con il fischio assordante dei proiettili sparati davanti casa o quando, una mattina, aveva trovato la propria scuola distrutta dalle fiamme. Poi, il lungo viaggio e il nostro incontro, grazie al quale mi ero infilata tra le pieghe della sua vita per darle un po’ di sicurezza.
Eppure, il mio stato d’animo era perturbato dall’assenza totale di notizie di Amir. Il conflitto nella zona di Homs non accennava a diminuire e la speranza di ricevere una sua chiamata cominciò a svanire col passare dei giorni.
Non riuscivo a staccare la mente da quel pensiero. Dopo tre settimane di totale silenzio, ogni secondo che passava mi lasciava presagire un epilogo triste della storia. Trovare una donna con un bambino in uno scenario di guerra era impossibile e pericoloso. Amir tornava come un naufrago nella sua casa, ridotta a un cumulo di polvere.
Hasti non chiedeva mai del fratello, ma si capiva che lo faceva solo per togliermi dall’imbarazzo. Non passava giorno, però, che non evocasse nelle sue parole i tempi felici vissuti con la famiglia prima della guerra. Un pomeriggio tornò a parlarmi del villaggio dei pescatori: «ogni volta che mi ci portavano per me era una festa» disse «lì c’era la casa dei nonni» aggiunse a bassa voce.
«Tuo nonno era pescatore?» domandai.
«Sì! Abitava in una casa con due entrate. Da una parte affacciava sulla grande spiaggia, dall’altra su un giardino dove c’era il castello di Khodr».
«Il castello di Khodr?» domandai incuriosita.
«Sì!… io e Raakin lo chiamavamo così. Era il vecchio pollaio abbandonato e quasi del tutto ricoperto dall’edera. Andavamo lì a giocare: io ero la principessa da proteggere e lui il cavaliere pronto a cacciare i nemici».
Hasti mi raccontò dei pomeriggi trascorsi insieme e dello spavento che fecero prendere una volta a Saabira, quando avevano deciso di restare nascosti lì dentro un giorno intero fino a notte fonda. Per riuscire nell’impresa, si procurarono frutta, pane e un paio di bottiglie di acqua. L’eccitazione per quell’avvincente sfida li fece andare oltre il timore delle conseguenze di un rimprovero, che non tardò ad arrivare. Saabira li cercò dappertutto, chiamandoli a squarciagola, fino al mare. L’avventura del piccolo cavaliere e della principessa si concluse senza far sapere nulla ai genitori di Hasti che, in quei giorni, erano rimasti a Homs.

Ero assorta tra mille pensieri, quando uno squillo improvviso mi fece sobbalzare sul letto. Gettai lo sguardo sullo schermo del telefono per capire chi fosse e apparve un numero sconosciuto.
«Chi mi chiama con Viber?» domandai perplessa, mentre riflettevo sul fatto che nessuno dei miei amici faceva uso di quella app per telefonare.
«Amir!» dissi tra me e me «ti prego, fa che sia lui…».
Nonostante la scarsa qualità della comunicazione, riconobbi la sua voce.
«Sei vivo!» esultai «grazie a Dio… sei vivo…».
«Viola… mi senti? La situazione qui è drammatica» disse lui parlando in modo concitato «Homs è completamente distrutta».
«Ma stai bene? Perché sei sparito? È successo qualcosa?» domandai.
«Sto bene. Le linee sono fuori uso e non mi è stato possibile chiamarvi prima».
«Dove ti trovi adesso?».
«Sono ad As-Sifsafeh, a dieci chilometri dalla costa».
Era evidente che Amir non avesse ancora incontrato sua moglie e suo figlio. Dopo tre settimane, le probabilità di riuscirci si erano ridotte drasticamente. Stavo per chiedergli quando pensava di tornare, ma mi limitai a dire che Hasti stava bene e cambiai discorso. Un brutto presentimento, nel frattempo, stava impossessandosi di me. Lo percepivo come qualcosa di fisico che mi si era appiccicato addosso come il fango.
«Hai notizie di tua moglie?» domandai, prendendo un po’ di coraggio per ancorarmi di nuovo alla realtà.
Amir non replicò.
«Hai notizie di Saabira?» ripetei.
«No…» rispose, lasciandosi sopraffare dal pianto «… la casa è distrutta e non c’è nessuno…».
Sentii lo stomaco attorcigliarsi su sé stesso come un serpente e per il dispiacere lasciai scivolare il telefono sul letto. Davanti agli occhi apparve il volto di Hasti e cominciai ad agitarmi. Era la tensione che avevo accumulato in tutti quei giorni a farmi male. Anche se la ragazzina di Homs non reclamava suo fratello, la sentivo pregare ogni sera nella speranza di poter riabbracciarlo al più presto. L’idea che potesse perdere anche lui mi agitava terribilmente. Per Amir era giunto il momento di interrompere le ricerche e tornare al più presto in Italia. Se Saabira e suo figlio erano ancora vivi da qualche parte in Siria, prima o poi le organizzazioni umanitarie li avrebbero trovati e la notizia sarebbe arrivata anche a Milano. La permanenza di Amir sul territorio di guerra era troppo pericolosa e, per il suo bene e quello di sua sorella, doveva tornare.
«Imbarcati sul primo volo!» dissi.
«Solo dopo aver setacciato As-Sifsafeh casa per casa» rispose lui.
«Perché sei finito lì?» domandai di getto.
«Non te ne ho parlato prima perché volevo accertarmi che fosse vero. Da una settimana hanno bloccato il flusso dei profughi e gira voce che alcuni abitanti del quartiere dove abitavo si sono rifugiati qui».
Per un istante le parole di Amir riaccesero la speranza di vedere finalmente conclusa la tormentata ricerca della sua famiglia. Al tempo stesso suscitarono una banale e istintiva osservazione: «non dovrebbe esserci la casa dei genitori di Saabira da quelle parti? Hasti mi ha raccontato di quando ci andava in villeggiatura».
Amir mi rispose che quello era uno dei luoghi che aveva controllato più volte da quando aveva messo piede in Siria. C’era andato viaggiando con mezzi di fortuna, di notte, per evitare di essere fermato nei numerosi posti di blocco lungo la strada che da Homs porta al mare. Come le altre località della costa, anche il grazioso villaggio turistico, dove un tempo abitavano i nonni di Hasti, era stato devastato dalla furia della guerra. Amir mi raccontò che le case diroccate, ormai disabitate, erano immerse in un silenzio spettrale. E tutto appariva spento, sordo, come in un paesaggio lunare. Nemmeno il mare faceva più rumore.
«Affezionata com’era a quella casa, speravo di trovarla lì» aggiunse commosso.
«Hai controllato bene?» domandai scioccamente più volte. Era come se con quella domanda volessi incoraggiarlo a non perdere la speranza.
«Certo» rispose lui un po’ perplesso di fronte alla mia insistenza.
Un improvviso disturbo nella linea telefonica fece perdere per attimo il collegamento. Si trattò di alcuni secondi durante i quali Amir fece fatica a sentirmi.
«Pronto? Viola… ci sei? Pronto? Pronto?».
La voce arrivava a intermittenza rendendo impossibile la comprensione. Fu in quel momento che mi venne un lampo di genio: il castello di Khodr!
«Certo!» dissi tra me e me «in quale altro luogo sarebbero rimasti al sicuro tutto questo tempo se non nel nascondiglio segreto che solo il piccolo Raakin conosceva?».
«Viola mi senti?» ripeté Amir.
«Sì! Devo dirti una cosa importante».
«Ti ascolto» rispose «fai veloce, prima che perdiamo la connessione».
«Forse so dove si trovano».
Amir restò in silenzio. Poi, cambiando il tono della voce, aggiunse: «stai parlando sul serio?».
«Sì Amir. Al castello di Khodr, vai a vedere lì» dissi, dimenticando per un istante che quello era il nome che gli avevano attribuito Hasti e Raakin.
«Dove?» domandò sbalordito.
«Il vecchio pollaio abbandonato nel giard…»
La comunicazione s’interruppe e non riuscii a terminare la frase.

Una settimana dopo
Entrai nel bagno e vidi riflessa sullo specchio l’immagine di Hasti. Aveva gli occhi lucidi per il pianto, che ormai non riusciva a contenere. Era più bella e indifesa di sempre. Avrei voluto riportarla indietro nel tempo a quando era neonata per farla crescere in un mondo libero dalla prigionia della guerra. Avrei voluto accompagnarla nel periodo felice della vita, quando giocava spensierata con gli altri bambini e cantava, con gli occhi rivolti al cielo, la propria gioia di esistere.
Mi avvicinai.
«Coraggio» le dissi, cercando di trasmetterle un po’ di forza, attraverso quel filo sottile che ci ha unito fin dal primo incontro. Lei mi sorrise con espressione triste, poi sistemò un ciuffo di capelli che era fuoriuscito dallo hijab, cancellò una lacrima con il dorso della mano e mi fece cenno di andare. La lezione di italiano stava per iniziare; una volta terminata, l’avrei portata a parco Sempione a trascorrere qualche ora all’aria aperta. Così le avevo promesso.
Lo squillo del citofono arrivò all’improvviso. Immaginando che fosse una delle volontarie non risposi e, con un gesto automatico, schiacciai il pulsante per aprire il cancello.
Hasti era appena entrata nell’aula con le altre ragazze e dalla porta socchiusa apparve un bambino. Un brivido mi attraversò la schiena quando riconobbi nei suoi occhi la stessa dolcezza di quelli di Hasti. Era Raakin.
Piuttosto minuto, indossava un pantaloncino corto e una camicia nuova per l’occasione. Portava i capelli pettinati all’insù con la gelatina.
La porta si dischiuse lentamente e dietro di lui intravidi Amir e sua moglie. Si tenevano sottobraccio come a non volersi lasciare più. Restammo tutti e tre in silenzio alcuni istanti, scambiandoci sguardi leggeri, di gioia e soddisfazione. Nel frattempo Raakin s’incamminò lungo il corridoio chiamando ad alta voce il nome di sua zia. Saabira tentò di fermarlo, ma con un gesto della mano le feci segno di lasciarlo andare. Hasti sognava da tempo quel momento.
«Se non fosse stato per te non ci saremmo mai incontrati» disse Amir, stringendo ancora di più a sé Saabira.
Scossi il capo, mentre le lacrime cominciavano a scendere. Erano lacrime di gioia.
Anche Hasti era felice. Sentimmo il suo urlo provenire dall’aula.
Dio come urlò.
Così forte che solo noi potevamo capire.

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Il racconto “La Ragazzina di Homs”, finalista all’ IX edizione del PLICS – Premio Letterario Internazionale Città di Sassari (22 ottobre 2016) fa parte della raccolta “Cartoni… animati e altri racconti” (CSA Editrice). Ha ottenuto il PREMIO SCUOLA assegnato da una giuria speciale composta da oltre 1000 studenti delle scuole superiori della Sardegna. È stato pubblicato nell’antologia del Festival “Ottobre in Poesia”.

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