Nota di Francesco Caporale su "Nora López - detenuta N84"

 Italiano

Francesco CaporaleIl 24 marzo del 1976 un golpe militare rovesciava in Argentina il traballante governo di Maria Estéla Martinez de Peròn, detta Isabelita, vedova del generale Juan Domingo Peròn, cui era succeduto dopo la sua morte, avvenuta il 1° luglio del ’74, dopo un trionfale rientro, nel ’73, che poneva fine a diciotto anni di esilio.Il golpe, promosso dai vertici militari -il generale Jorge Rafael Videla, comandante dell’Esercito; l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera, comandante della Marina; ed il generale di brigata aerea Orlando Ramon Agosti, comandante dell’Aeronautica militare- si sarebbe presto rivelato il più feroce tra tutti i colpi di Stato consumati negli anni Sessanta e Settanta in America Latina, tormentata regione che aveva già conosciuto, o avrebbe di lì a poco conosciuto, altre violente dittature, soprattutto nell’area del cosiddetto Cono Sur: Brasile, Cile, Bolivia, Uruguay, Paraguay. A differenza degli “errori di immagine” commessi in Cile dal generale Pinochet con quella specie di golpe in diretta dell’11 settembre del 1973, i militari argentini scelsero la via del basso profilo, allestendo, alla vigilia del colpo di Stato, oltre trecentocinquanta centri clandestini di detenzione, ben occultati alla popolazione e all’opinione pubblica. Veri e propri gironi danteschi preposti alla eliminazione fisica di circa trentamila oppositori del regime, in massima parte pacifici giovani tra i venti ed i venticinque anni, chupados, inghiottiti dalla violenza della repressione militare, uccisi e fatti sovente sparire con i cosiddetti “voli della morte”: di qui il triste neologismo di desaparecidos, scomparsi, divenuto un po’ il simbolo dell’Argentina di quegli anni. Solo con il ritorno della democrazia, dopo il dicembre dell’83, si sarebbe scoperta quella sciagurata geografia del terrore capillarmente estesa in tutto il Paese attraverso la creazione di quegli oltre trecentocinquanta lager messi in piedi dal regime: nomi apparentemente innocui, la Perla, la Cacha, Olimpo, El Vesubio, Club Atletico, Automotores Orletti, che nulla avevano da invidiare, quanto a ferocia, ai campi di concentramento di nazista memoria. Raccontare tutto questo attraverso un romanzo non è, com’è agevole immaginare, cosa facile: ma Nicola Viceconti ama, evidentemente, le imprese difficili. Lo aveva già dimostrato -superando peraltro egregiamente la prova- con il suo precedente romanzo, Due volte ombra, e lo conferma adesso con questo suo nuovo lavoro, in qualche modo complementare. Se in Due volte ombra il personaggio centrale era una candida sedicenne alle prese con la scoperta, fatalmente traumatica, della propria vera identità di figlia di una giovane desaparecida, in questo nuovo romanzo Viceconti si misura con un’impresa ancora più ardua, proponendo quale “io narrante”, per buona parte della storia, un ex torturatore, un “eroe del male”, un personaggio decisamente negativo, uno che stava dalla parte sbagliata: con il rischio, certamente non ignorato dall’Autore, di una sorta di possibile transfert subliminale, di una irrazionale immedesimazione con le “ragioni” del protagonista, che sovente intervengono, seppure inconsciamente, tra lettore ed “attore” della vicenda. Luis Pontini, agiato immobiliarista nel flash-back che dà inizio al suo racconto, è infatti un ex capitano, Dario Romero, in forza, ai tempi della dittatura, al Club Atletico.Va detto subito che quel teorico rischio, cui ho prima accennato, non lo corre, in concreto, il lettore di questo nuovo romanzo: è infatti la stessa famiglia di Luis Pontini, scoperta la sua vera identità, a liquidarlo con un esplicito e inappellabile “Vergognati!”, che è poi il lapidario incipit del racconto e che rappresenta un po’ la sintesi verbale degli orrori di cui Pontini/Romero si era trent’anni prima macchiato.

Nicola Viceconti, che conferma -oltre ad una non comune conoscenza ed attenzione nella ricostruzione storica dei fatti narrati- una particolare sensibilità nel tracciare il profilo psicologico dei personaggi che animano le sue storie, ci conduce in una Buenos Aires, per chi abbia avuto la fortuna di conoscerla, assolutamente autentica. Coinvolge, nella sua scrittura, la minuziosa ed affettuosa descrizione di vie, di strade, di piazze, di confiterias, di luoghi e simboli di una città per molti aspetti magica, che fa da cornice ad una storia angosciante, del tutto sovrapponibile ad ognuna delle tante drammatiche storie che il mio lavoro di pm nei processi celebrati in Italia su queste vicende mi ha consentito di conoscere. Assolutamente perfetta è la rivisitazione dello sfondo dell’Argentina degli anni Settanta, e viene quasi da chiedersi, leggendo, perché Viceconti non abbia scelto la strada del saggio storico, tanta è la cura del contesto sociale e politico su cui le vicende narrate si inseriscono. Ma la forza della narrativa è anche questo: rendere in qualche modo eterne, e insieme universali, storie altrimenti destinate ad essere travolte dalla caducità del tempo. Luis Pontini/Dario Romero, Nora Lopez, sua figlia Livia, Ricardo Giorgetti, diventano così metafora di qualcosa che non appartiene soltanto all’Argentina di quegli anni, ma a tutti i luoghi del mondo, che ancora ci sono e temo ci saranno sempre, in cui l’uomo continua e continuerà ad imporre con la violenza ai suoi simili le proprie folli ideologie, il proprio fanatismo, i propri pregiudizi, il proprio integralismo politico o religioso. Questo, in fondo, ci insegnano i trecentocinquanta centri clandestini di detenzione messi in piedi nell’Argentina di quegli anni: trent’anni dopo Auschwitz, Buchenwald, Dachau, Mauthausen, la ferocia e la crudeltà dell’uomo non aveva, evidentemente, ancora toccato il fondo, se i militari golpisti erano riusciti a concepire, e realizzare, forme di sterminio ancora più brutali e disumane, come sembrano decisamente suggerire quei “voli della morte” attraverso i quali giovani intontiti da iniezioni di Pentotal venivano gettati vivi nelle acque del Rio de la Plata o dell’Atlantico Sur. E’ questo cuore di tenebra, di cui l’umanità dovrà un giorno pur liberarsi, che diventa in definitiva il vero filo conduttore delle storie raccontate da Nicola Viceconti, il cui merito più grande sta proprio in questo suo quasi pedagogico impegno alla divulgazione di pagine di storia la cui memoria va assolutamente mantenuta viva alle nuove generazioni, per ragioni anagrafiche spesso distanti dalla conoscenza di quei fatti e degli orrori consumati in nome di una assurda follia collettiva. L’Argentina di quegli anni rispose spesso con un cinico por algo serà, “per qualche motivo sarà accaduto”, alle continue sparizioni di giovani, che non era peraltro possibile far finta di ignorare, tutti sbrigativamente considerati comunque “sovversivi”. E’ in qualche modo un nostro preciso dovere morale porre riparo a quella ignobile indifferenza, e far sì che i giovani di questo millennio, argentini e non solo argentini, conoscano le atrocità consumate in quei terribili anni, e riscoprano i valori, oggi quasi smarriti, della tolleranza, della libertà, della giustizia sociale, dell’uguaglianza, della solidarietà: valori assolutamente indispensabili perché quel “cuore di tenebra” venga definitivamente estirpato. E’ questa, mi sembra, in sostanza, la direzione verso cui si muove il lavoro di Nicola Viceconti, cui va tutta la nostra gratitudine di lettori e di uomini del nostro tempo.

Francesco Caporale


Castellano

El 24 de marzo de 1976 un golpe militar derrocaba en la Argentina al tambaleante gobierno de María Estela Martínez de Perón, llamada Isabelita, viuda del general Juan Domingo Perón, a quien había sucedido  después de su muerte, ocurrida el 1º de julio de 1974, luego de un triunfal  regreso, en el año ‘73, poniendo fin a dieciocho años de exilio. El golpe, promovido desde los vértices militares –el General Jorge  Rafael Videla, Comandante del ejército; el Almirante Emilio Eduardo  Massera, Comandante de la marina y el General de la brigada aérea Orlando Ramón Agosti, Comandante de la aeronáutica militar– se reveló velozmente el más feroz entre todos los golpes de estado consumados en los  años sesenta y setenta en Latinoamérica, atormentada región que había ya  conocido, o habría conocido en poco tiempo más, otras violentas dictaduras, sobre todo en el área del llamado Cono Sur: Brasil, Chile, Bolivia,  Uruguay y Paraguay. A diferencia de los “errores de imagen” cometidos en Chile por el General Pinochet con aquella especie de Golpe en directo del 11 de septiembre de 1973,losmilitaresargentinoseligieron elcamino del bajo perfil, preparando, en la vigilia del golpe, más de trescientos cincuenta centros clandestinos dedetención, bien ocultosa la población ya la opinión pública. Verdaderos grupos dantescos responsables de la eliminación física  de alrededor de treinta mil opositores al régimen, en su gran mayoría  jóvenes pacíficos de entre veinte y veinticinco años, “chupados”, tragados  por la violencia de la represión militar, muertos y frecuentemente hechos  desaparecer en los comúnmente llamados “vuelos de la muerte”: de aquí el  triste neologismo de desaparecidos, convertido de algún modo en el  símbolo de la Argentina de aquellos años. Recién con el regreso de la democracia, después de diciembre del  ’83, se habría descubierto aquella lamentable geografía del terror, extendida en todo el país mediante la creación de más de trescientos cincuenta campos de concentración creados por el régimen con nombres aparentemente inofensivos: La Perla, La Cacha, Olimpo, El Vesubio, Club Atlé- tico, Automotores Orletti, que nada tenían que envidiar, en cuanto a ferocidad, a los campos de concentración nazis. Narrar todo esto mediante una novela no es, como se puede  imaginar, una cosa fácil, pero Nicola Viceconti ama, evidentemente, los  desafíos difíciles. Ya lo había demostrado –superando a la perfección la prueba- con su anterior novela, “Dos veces sombra”, y lo confirma ahora  con este nuevo trabajo, de algún modo complementario. Si en “Dos veces sombra” el personaje principal era una inocente  pequeña de dieciséis años lidiando con el descubrimiento, fatalmente  traumático, de su verdadera identidad de hija de una joven desaparecida; en esta nueva novela Viceconti se mide con un desafío aun más arduo,  proponiendo como “narrador”, en buena parte de la historia, a un ex torturador, un “héroe del mal”, un personaje decididamente negativo que  estaba en el lado equivocado. Con el riesgo, ciertamente no ignorado por  parte del autor, de una especie de posible transferencia subliminal, de una  irracional identificación con las “razones” del protagonista, que frecuentemente intervienen, si bien inconscientemente, entre el lector y el “actor”  del acontecimiento. Luis Pontini, el tranquilo agente inmobiliario que da inicio a su narración, es de hecho un ex capitán, Darío Romero, en la Fuerza, en los tiempos de la dictadura, en el Club Atlético. Viene develado enseguida que ese  teórico riesgo, que anteriormente he adelantado no lo corre, concretamente  el lector. Es en realidad la misma familia de Pontini, una vez descubierta su  verdadera identidad, a liquidarlo con un explícito e inapelable “que vergüenza…”, que es más tarde el lapidario “incipit” de lo narrado y que representa un poco la síntesis verbal de los horrores de los cuales Pontini/ Romero se había manchado tres décadas antes. Nicola Viceconti, que confirma –aparte de un inusual conocimiento y atención en la reconstrucción histórica de los hechos contados–  una particular sensibilidad en el trazar el perfil psicológico de los personajes que animan sus historias, nos conduce hacia una Buenos Aires, para  quien haya tenido la fortuna de conocerla, absolutamente auténtica. Involucra en su escritura, la minuciosa y afectuosa descripción de calles, de  lugares y símbolos de una ciudad mágica en muchos aspectos, que hace de  marco a una angustiante historia. Totalmente sustituible a cada una de las  tantas dramáticas historias que mi trabajo de P.M. (Ministerio Público) en  los procesos celebrados en Italia sobre estos acontecimientos me ha  consentido conocer. Es absolutamente perfecta la reinterpretación del trasfondo de la  Argentina de los años setenta, y obliga casi a preguntarse, leyendo, ¿por  qué Viceconti no habrá elegido el camino del ensayo histórico, visto el cuidado del contexto social y político en los cuales los sucesos narrados se insertan? Pero la fuerza de la narrativa es también esto: transformar de alguna forma en eternas, historias que de otro modo estarían destinadas a ser olvidadas por el paso del tiempo. Luis Pontini/Darío Romero, Nora López, su  hija Livia, Ricardo Giorgetti, se convierten en metáfora de algo que no pertenece solo a la Argentina de aquellos años, sino a todos los lugares del mundo, que aún existen y me temo que existirán siempre, en los cuales el hombre continúa y continuará imponiendo con violencia a sus pares sus propias descabelladas ideologías, el propio fanatismo, los propios prejuicios, el propio integralismo político o religioso. Esto, en el fondo, nos enseñan los trescientos cincuenta centros clandestinos de detención erigidos en la Argentina de aquellos años: treinta años después de Auschwitz, Buchenwald, Dachau, Mauthausen, la ferocidad y la crueldad del hombre no había, evidentemente, todavía tocado  fondo, si los militares golpistas han podido concebir y llevar a cabo, formas  de exterminio aún más brutales e inhumanas, como parecen decididamente sugerir los “vuelos de la muerte” mediante los cuales jóvenes atontados con inyecciones de Pentotal eran arrojados vivos en las aguas del Río de la Plata o del Atlántico Sur. Es de este corazón de tinieblas, del cual la humanidad deberá un día liberarse, que se trasforma en definitiva el verdadero hilo conductor de las historias narradas por Nicola Viceconti, del cual el más grande mérito reside justamente en su casi pedagógico empeño en la divulgación de páginas de historia, en las cuales la memoria va absolutamente mantenida viva a las nuevas generaciones, por razones anagráficas a menudo distantes del conocimiento de aquellos hechos y de los horrores consumados en el nombre de una absurda locura colectiva. La Argentina de esos años respondió muy a menudo con un cínico “por algo será”, a las continuas desapariciones de jóvenes, que por otro lado era imposible fingir ignorarlas, todos sumariamente considerados de algún modo “subversivos”. Es de alguna manera nuestro inevitable deber moral poner fin a esa innoble indiferencia, y lograr que los jóvenes de este milenio, argentinos y no solo argentinos, conozcan las atrocidades consumadas en esos terribles años, y redescubran los valores, hoy casi perdidos, de la tolerancia, de la  libertad, de la justicia social, de la igualdad, de la solidaridad. Valores totalmente indispensables para que ese “corazón de tinieblas” sea definitivamente extirpado. Es esta, me parece, sustancialmente, la dirección hacia donde se  dirige el trabajo de Nicola Viceconti, a quien va toda nuestra gratitud de lectores y de hombres de nuestro tiempo.

Francesco Caporale